Mese: Gennaio 2016

Star Wars: Il risveglio della Forza

l cinema e l’eredità del mito, tra eroi, spade laser e archetipi junghiani 

star wars psicolgo roma“Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…” è questo l’incipit di ogni episodio della saga di Star Wars, il cui settimo capitolo “Il risveglio della Forza”, è uscito nelle sale italiane lo scorso dicembre. Sono passati trent’anni dalla battaglia di Endor e dalla distruzione della seconda Morte Nera, e l’eroe della saga, Luke Skywalker, è scomparso.

Non vi diremo altro sulla trama del film, per non rovinarlo a chi ancora non lo ha visto, e per non tediare chi lo ha già visto almeno cinque volte al cinema. Perché la potenza narrativa mitica e archetipica della saga di Star Wars risiede nel fatto che non ha bisogno di presentazioni, è entrata a pieno titolo nel Pantheon mitologico post moderno rappresentato dal cinema. Come altre opere fantasy, ad esempio “Il signore degli anelli” scritto da Tolkien e filmato da Jackson in una trilogia il cui primo capitolo è uscito nelle sale nel 2001, è stata in grado di accogliere l’eredità della mitologia classica per rispondere ad un bisogno umano antichissimo e vitale nato con la capacità di narrare e quindi di rappresentarsi nel mondo come soggetti che giocano con il significato dell’esistenza e dell’esistente. Usando le parole dello psicologo analista junghiano James Hillman l’antichità è rilevante per la vita della psiche. Nella sua opera Hillman dimostra come i miti antichi, da Dioniso ad Atena, sono connessi alla vita quotidiana, “La Wirksamkeit del mito, la sua realtà consistono precisamente nel potere che gli è proprio di conquistare e influenzare la nostra vita psichica. I Greci lo sapevano molto bene, per questo non conobbero una psicologia del profondo e una psicopatologia, contrariamente a noi.” Secondo Hillman noi non abbiamo bisogno di miti perché abbiamo la psicologia del profondo, ma c’è chi non è d’accordo con il suo punto di vista, e afferma che i nostri miti, esattamente gli stessi degli antichi, ma con le spade laser al posto delle folgori, sono raccontati dal cinema e dalla narrativa moderna.

Una figura fondamentale nello studio del mito in questo senso è Joseph Campbell, storico delle religioni, che si è ispirato a Carl Justav Jung nello studio dei miti e degli archetipi. Secondo Campbell gli archetipi dell’inconscio collettivo individuati da Jung hanno una struttura comune a quella di tutti i miti umani, nelle differenti culture e tradizioni. Le funzioni del mito sarebbero quattro: “Metafisica: che risveglia il senso di meraviglia davanti al mistero dell’essere; Cosmologica: che espande la forma dell’universo; Sociologica: che conferma e sostiene l’ordine sociale esistente;” e infine “Pedagogica: che guida l’individuo attraverso i vari stati di passaggio della propria vita.” Ogni forma narrativa, dalle fiabe della tradizione orale sino ai blockbuster americani, non sono altro che forme moderne di narrazioni antichissime che si snodano attorno a funzioni fondamentali del mito e si articolano secondo un percorso preciso, rintracciabile punto per punto in ogni narrazione, che l’Autore definì un “monomito”. Nella sua opera “L’eroe dai mille volti” Campbell esplicita proprio questa struttura, indicando i 19 passi del percorso dell’eroe. L’eroe, tra tutte le figure archetipiche individuate da Jung e da Hillman rappresenta colui che supera la condizione limitata e imperfetta umana, per ascendere al divino e redimere l’umanità. Il viaggio di ogni eroe può essere metaforicamente descritto come tripartito nelle seguenti fasi: Separazione; Iniziazione e Ritorno, che ricordano molto le regole della speculazione filosofica e in particolare della dialettica: tesi, antitesi e sintesi da Socrate in poi.

Stiamo mischiando il sacro al profano? Esattamente! Se un tempo veniva usata la figura di Ercole per svolgere le quattro funzioni fondamentali del mito individuate da Campbell, oggi la moderna narrazione utilizza la figura di Luke Skywalker o di Frodo Baggins. E le loro avventure seguiranno sempre lo stesso percorso, appunto quel “monomito” che lo sceneggiatore Chris Vogler ha saputo tradurre in un testo “sacro” per Hollywood, “Il viaggio dell’eroe”, in cui ha sintetizzato il lavoro di Campbell in un percorso in 12 tappe, che l’eroe compie per riuscire nella propria impresa, dal mondo ordinario che lascia per iniziare la sua avventura, fino al ritorno con l’elisir, che avrà conseguenze catartiche sul mondo del protagonista.

Dott.ssa Valeria Colasanti

Adolescenza. Film “Quel fantastico peggior anno della mia vita”

L’adolescenza: un duello epico tra la vita e la morte psichica

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 Greg ha un sogno. Passare inosservato e indenne attraverso gli anni del liceo. Al college non vuole andare, perché lì dovrebbe difendersi dalle prese in giro dei compagni di corso per ventiquattr’ore al giorno e non reggerebbe lo stress. Galleggia sulla superficie delle cose, senza stringere veri rapporti con nessuno. Anche il suo migliore amico, Earl, Greg lo definisce un collega, perché condivide con lui la passione per il cinema d’essai, a cui fanno il verso nelle loro parodie cinematografiche. Ma poi Greg frequenta Rachel. È sua madre a costringerlo a farlo, perché Rachel ha il cancro, una forma acuta di leucemia. È per questo che il ragazzo inizia ad andare a casa sua ogni pomeriggio. E continuerà a farlo per un anno intero. Un anno in cui Greg sarà costretto ad entrare in rapporto con Rachel, e con se stesso. Il confronto tra la sua vita, ancora da cominciare, e quella della ragazza, che potrebbe dover finire, lo costringono a prendere una decisione, una direzione e ad esistere una volta per tutte.

“Quel fantastico peggior anno della mia vita”, sfortunata traduzione non letterale del titolo originale “Me, Earl and the dying girl” è un inno alla vita, anche se è un film che affronta il tema della malattia e della morte in adolescenza. Sembrerebbe un ossimoro, ma non lo è. Nel momento in cui una vita dovrebbe cominciare è già destinata a fare i conti con la propria finitezza e con quello che resta di se stessi. Ma quello che Greg scopre accanto a Rachel è che nessuna vita finisce, perché ognuno di noi esiste in coloro che ama. Può sembrare una lezione banale, tipica di film hollywoodiani, ma quello di Alfonso Gomez-Rejon è un piccolo capolavoro indie, a basso budget, che porta sul grande schermo volti sconosciuti dall’incredibile talento, e affronta un tema spinoso senza rifugiarsi in facili ipocrisie, come fanno nel film “Tutta colpa delle stesse”. Al contrario delle pillole di zucchero da blockbuster, questo film racconta la malattia per quello che è, per l’imbarazzo che crea negli adulti; nella disorganizzazione che porta con sé in ogni sistema che investe, dalla famiglia alla scuola; nelle modificazioni che impone ad un corpo ancora acerbo, che aspettava di sbocciare. Ma racconta anche la vita, quella di Greg, che sta per cominciare; racconta l’amicizia; racconta la delusione; la voglia di arrendersi e poi di ricominciare. Proprio come ci mostra Greg.

L’adolescenza è un duello senza esclusione di colpi tra la vita e la morte psichica, tra l’affermazione di sé e l’annichilimento, o per usare le parole di Erik Erikson, psicoanalista tedesco naturalizzato statunitense, tra “il non più e il non ancora”. Egli ha elaborato la teoria dello sviluppo psicosociale diviso in otto fasi, che coprono l’intero ciclo di vita dell’uomo. Per accedere allo stadio successivo ed evolversi, l’individuo deve risolvere il conflitto psicosociale tipico dello stadio in cui si trova.

Per quanto riguarda l’adolescenza il conflitto è tra l’acquisizione di una identità o il suo rifiuto, e la dispersione di identità. Ognuno di noi si trova a dover integrare nel corso dello sviluppo “dati costituzionali, bisogni della libidine (…) identificazioni significative, difese efficaci (…) e ruoli coerenti.” (Erikson 1959, 116) In adolescenza i cambiamenti del corpo, uniti alle pressioni sociali subite dal giovane, lo spingono a prendere una direzione e integrare le varie identificazioni che si porta dall’infanzia, per formare un’identità completa e adulta. Ed è proprio questa l’enorme sfida che Greg affronta, e vince. Perché la sfida che l’adolescenza gli pone di fronte è quella di vivere, e al contrario di tanti adulti, Greg la accetta.

Dott.ssa Valeria Colasanti

The visit

“You have to laugh to keep the deep darkies in the cave.”

Becca e Tyler sono fratelli, lei è un’adolescente, lui ha appena otto anni. Lei ha la passione della regia, lui vuole fare il rapper. Lei non si guarda mai nello specchio, neanche quando si lava i denti; lui ha la fobia dei germi, da quando il padre li ha abbandonati per andare a vivere a Los Angeles. La madre si sta costruendo una nuova vita, con un nuovo compagno e dopo quindici anni sta tentando di riallacciare i rapporti con i proprio genitori, int

errotti quando aveva deciso di sposare l’uomo che ora l’ha lasciata per una ragazza conosciuta in uno Starbucks e che loro non hanno mai accettato.  Per una settimana i due fratelli andranno a stare dai nonni che non hanno mai conosciuto, a Masonville, una sperduta comunità agricola in Pennsylvania. Sarà una settimana di puro divertimento, l’unica regola è non uscire dalla propria stanza dopo le nove e trenta. Per Becca è l’occasione perfetta per girare un documentario sulla sua famiglia d’origine, peccato non sappia di star girando un film horror.

La nuova pellicola di M. Night Shyamalan ha il sapore del ritorno alle origini. “The sixt sense”, il capolavoro che ha attirato su di lui l’attenzione di pubblico e critica in tutto il mondo, ormai è lontano quindici anni (un caso?) e le sue ultime, costose, fatiche cinematografiche sono state dei fallimenti commerciali e stilistici. In molti lo davano ormai per perso, preso da storie sentimentali raccontate ai margini di apocalisse futuristici in mondi in cui le piante tentano di liberarsi della razza umana e gli esseri umani hanno perso la capacità di provare sentimenti.

Le atmosfere soprannaturali e il mistero non sono affatto nuovi per il regista, che ci ha dimostrato in più occasioni la sua abilità nel raccontare un mondo fatto di ombre e sussurri, sullo sfondo del quale si dipanano le tragedie quotidiane dei suoi personaggi. Spesso nelle sue storie la trama e il genere sono soltanto espedienti per raccontare drammi umani fatti di lutti, separazioni e abbandoni. “The Visit” si situa in un sentiero familiare per il regista di origini indiane, tra rimandi velati a “The Shining” e un impianto registico ormai colonizzato dallo stile forzatamente amatoriale proprio del

la saga “Paranormal activity”, dai cui produttori il film è parzialmente finanziato. Anche in questo caso l’horror è solo un pretesto per raccontare la disgregazione familiare dovuta al segreto. Il segreto familiare è definito da Serge Tisseron , psicoanalista francese, in base a tre criteri che lo distinguono da un segreto comune: il contenuto riguarda ciò di cui non si parla, il contenuto riguarda ciò che è vietato conoscere e, infine, il contenuto riguarda ciò che fa soffrire le persone che detengono il segreto. Un segreto che riguarda eventi di vita che le persone non si sentono libere di raccontare a causa del giudizio e dello stigma sociale che ne deriva, o che credono potrebbe derivarne, e che secondo importanti studi (Major &Gramzow, 1999) mutano nel tempo in base ai mutamenti culturali e sociali. Aborti, illegittimità dei figli, abusi, incesti, suicidi tentati e riusciti sono spesso i segreti che vengono celati strenuamente da alcune famiglie, e come sottolineato da Mara Selvini Palazzoli, sono in genere tenuti celati proprio  a coloro che nella famiglia manifestano sintomi nevrotici o psicotici, e che l’Autrice faceva rientrare nei fattori di rischio familiare per quanto riguarda lo sviluppo di gravi disturbi mentali.

Paradossalmente, il tentativo di tenere segreta un’informazione appresa è direttamente collegato con l’emergere di pensieri intrusivi nella mente della persona coinvolta, e rende di fatto più accessibile alla memoria l’informazione stessa, spingendo l’individuo in una spirale di intrusività e ossessività del pensiero (Lane &Wegner, 1995). Il segreto familiare rivelato, come il rimosso, ha il potere di rendere perturbante il reale, di colorare di tinte inquietanti il mondo di tutti i giorni e popolare di fantasmi le nostre vite ordinarie. Secondo Freud, quando ciò che doveva essere tenuto nascosto e segreto affiora, il nostro mondo interiore subisce una scossa e ciò che fino a quel momento ci risultava familiare diviene insolito. La ricetta di molti horror di successo è proprio questa, come ci insegna in primis David Lynch (Strade perdute; Mullolland drive), raccontarci qualcosa che conosciamo perfettamente, come una foto di famiglia appesa alla parete del soggiorno, e che improvvisamente rivela al nostro sguardo un dettaglio che non dovrebbe essere lì, eppure lo possiamo vedere, ed è il segno tangibile ed innegabile di una verità che è destinata a sconvolgere il nostro equilibrio mentale e noi stessi.

Cosa fareste voi al posto di Becca e Tyler? Cerchereste di scoprire la verità sui nonni? Osereste disobbedirgli come i bambini delle favole dei Grimm, uscendo dalla vostra stanza dopo le nove e trenta?

Dott.ssa Valeria Colasanti

 

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