Mese: Ottobre 2016

The visit – segreti di famiglia

Becca e Tyler sono fratelli, lei è un’adolescente, lui ha appena otto anni. Lei ha la passione della regia, lui vuole fare il rapper. Lei non si guarda mai nello specchio, neanche quando si lava i denti; lui ha la fobia dei germi, da quando il padre li ha abbandonati per andare a vivere a Los Angeles. La madre si sta costruendo una nuova vita, con un nuovo compagno e dopo quindici anni sta tentando di riallacciare i rapporti con i proprio genitori, interrotti quando aveva deciso di sposare l’uomo che ora l’ha lasciata per una ragazza conosciuta in uno Starbucks e che loro non hanno mai accettato.  Per una settimana i due fratelli andranno a stare dai nonni che non hanno mai conosciuto, a Masonville, una sperduta comunità agricola in Pennsylvania. Sarà una settimana di puro divertimento, l’unica regola è non uscire dalla propria stanza dopo le nove e trenta. Per Becca è l’occasione perfetta per girare un documentario sulla sua famiglia d’origine, peccato non sappia di star girando un film horror.

La nuova pellicola di M. Night Shyamalan ha il sapore del ritorno alle origini. “The sixt sense”, il capolavoro che ha attirato su di lui l’attenzione di pubblico e critica in tutto il mondo, ormai è lontano quindici anni (un caso?) e le sue ultime, costose, fatiche cinematografiche sono state dei fallimenti commerciali e stilistici. In molti lo davano ormai per perso, preso da storie sentimentali raccontate ai margini di apocalisse futuristici in mondi in cui le piante tentano di liberarsi della razza umana e gli esseri umani hanno perso la capacità di provare sentimenti.

Le atmosfere soprannaturali e il mistero non sono affatto nuovi per il regista, che ci ha dimostrato in più occasioni la sua abilità nel raccontare un mondo fatto di ombre e sussurri, sullo sfondo del quale si dipanano le tragedie quotidiane dei suoi personaggi. Spesso nelle sue storie la trama e il genere sono soltanto espedienti per raccontare drammi umani fatti di lutti, separazioni e abbandoni. “The Visit” si situa in un sentiero familiare per il regista di origini indiane, tra rimandi velati a “The Shining” e un impianto registico ormai colonizzato dallo stile forzatamente amatoriale proprio della saga “Paranormal activity”, dai cui produttori il film è parzialmente finanziato. Anche in questo caso l’horror è solo un pretesto per raccontare la disgregazione familiare dovuta al segreto. Il segreto familiare è definito da Serge Tisseron , psicoanalista francese, in base a tre criteri che lo distinguono da un segreto comune: il contenuto riguarda ciò di cui non si parla, il contenuto riguarda ciò che è vietato conoscere e, infine, il contenuto riguarda ciò che fa soffrire le persone che detengono il segreto. Un segreto che riguarda eventi di vita che le persone non si sentono libere di raccontare a causa del giudizio e dello stigma sociale che ne deriva, o che credono potrebbe derivarne, e che secondo importanti studi (Major &Gramzow, 1999) mutano nel tempo in base ai mutamenti culturali e sociali. Aborti, illegittimità dei figli, abusi, incesti, suicidi tentati e riusciti sono spesso i segreti che vengono celati strenuamente da alcune famiglie, e come sottolineato da Mara Selvini Palazzoli, sono in genere tenuti celati proprio  a coloro che nella famiglia manifestano sintomi nevrotici o psicotici, e che l’Autrice faceva rientrare nei fattori di rischio familiare per quanto riguarda lo sviluppo di gravi disturbi mentali.

Paradossalmente, il tentativo di tenere segreta un’informazione appresa è direttamente collegato con l’emergere di pensieri intrusivi nella mente della persona coinvolta, e rende di fatto più accessibile alla memoria l’informazione stessa, spingendo l’individuo in una spirale di intrusività e ossessività del pensiero (Lane &Wegner, 1995). Il segreto familiare rivelato, come il rimosso, ha il potere di rendere perturbante il reale, di colorare di tinte inquietanti il mondo di tutti i giorni e popolare di fantasmi le nostre vite ordinarie. Secondo Freud, quando ciò che doveva essere tenuto nascosto e segreto affiora, il nostro mondo interiore subisce una scossa e ciò che fino a quel momento ci risultava familiare diviene insolito. La ricetta di molti horror di successo è proprio questa, come ci insegna in primis David Lynch (Strade perdute; Mullolland drive), raccontarci qualcosa che conosciamo perfettamente, come una foto di famiglia appesa alla parete del soggiorno, e che improvvisamente rivela al nostro sguardo un dettaglio che non dovrebbe essere lì, eppure lo possiamo vedere, ed è il segno tangibile ed innegabile di una verità che è destinata a sconvolgere il nostro equilibrio mentale e noi stessi.

Cosa fareste voi al posto di Becca e Tyler? Cerchereste di scoprire la verità sui nonni? Osereste disobbedirgli come i bambini delle favole dei Grimm, uscendo dalla vostra stanza dopo le nove e trenta?  th visit psigologo roma

Parliamo di endometriosi!

“Quando finalmente ho ricevuto la diagnosi il mio ragazzo è fuggito, di fronte alla prospettiva degli interventi e della possibile sterilità.” Queste sono le parole di una paziente, che chiamerò Anna, per tutelarne la privacy. La storia di Anna è esemplare per ogni  paziente affetta da endometriosi. Il suo calvario personale è iniziato a undici anni, con l’arrivo delle prime mestruazioni. Quello che per le altre ragazze era un momento doloroso, ma di certo non invalidante, per Anna era ragione di ansia e vergogna. Le sue compagne di classe la prendevano in giro, perché piangeva dal dolore e a volte non riusciva ad andare a scuola, e soprattutto perché secondo loro non era in grado di posizionare bene l’assorbente, dato che si sporcava sempre i pantaloni. Ma quelle bambine non sapevano che Anna perdeva sangue anche dal retto e persino dall’ombelico.

L’endometriosi è una malattia cronica, si stima che colpisca circa 150 milioni di donne nel mondo (Cramer & Missmer, 2002). È una condizione per cui un tessuto simile a quello endometriale si trova in sedi anomale, come utero, ovaie, tube, retto, vescica, reni, setto retto – vaginale, e più raramente nei polmoni, nell’ombelico, negli arti e praticamente in ogni parte del corpo. I sintomi vanno dal dolore pelvico cronico, al dolore durante i rapporti sessuali, al momento della defecazione e della minzione, al gonfiore addominale, alla cefalea, alla febbre, all’affaticamento, alla dismenorrea, e alla cefalea. L’endometriosi comporta anche disordini autoimmunitari e nel 30 – 40% dei casi infertilità. Da psicologo però sono portato a pensare che la conseguenza peggiore dell’endometriosi sia il ritardo nella diagnosi, e quello che ne consegue a livello di rapporti sociali e con se stesse. Molte donne affette da Endometriosi trascorrono in media 7 – 8 anni di calvario prima di ricevere una diagnosi adeguata, sopportando dolori invalidanti e lo stigma sociale di essere prese per esagerate, se non addirittura per bugiarde. Spesso nei luoghi di lavoro, a causa delle assenze per malattia o per la semplice richiesta di un part – time, divengono oggetto di vessazioni, se non addirittura di mobbing.

Le colleghe non credono al loro dolore. E spesso neanche i medici lo fanno. E in quel caso si ricorre allo psicologo, come ultima spiaggia di una vita fatta di incomprensione, e spesso vergogna, per quel corpo che sembra sfuggire ad ogni tentativo di controllo. Se normalmente la vita biologica e sociale di una donna è ciclica, in una forma di unione tra corpo e spirito, tra periodi di fertilità e menopausa, che ne scandiscono anche la vita personale, quella delle donne affette da endometriosi può perdere ogni punto di riferimento fisiologico. La prospettiva della maternità si allontana, e spesso diventa una vera chimera, in una vita scandita da sofferenze fisiche e morali, tra un intervento e una laparoscopia.

Da un punto di vista psicologico è importante, per il vissuto della donna e per le conseguenze in termini di attesa e di dolore, ricevere una diagnosi precoce, che risulta a volte terapeutica, in quanto molte donne si sentono sollevate di non avere un cancro o altre patologie possibilmente mortali (Ballard et al., 2006). Uno dei primi compiti del medico di riferimento è stabilire un buon rapporto terapeutico con la paziente, ascoltandola in modo empatico. È importante considerare i fattori situazionali concomitanti agli episodi di dolore perché lo stress può contribuire a far innalzare il livello di dolore percepito (Slade & Cordle, 2005).

E’ molto importante, inoltre, che durante le fasi iniziali della consultazione vengano considerati insieme gli aspetti fisiologici e psicologici dei dolori (Slade & Cordle, 2005) e le conseguenze della menopausa indotta chimicamente o chirurgicamente in termini di depressione, ansia, e riduzione del desiderio sessuale. Per questo nella cura dell’endometriosi è necessario un approccio di tipo multidisciplinare, in cui il ginecologo non sia l’unico esperto a trattare la malattia, sebbene esso rappresenti l’interlocutore più diretto. Doversi sottoporre a una terapia a vita, fatta di trattamenti ormonali e frequenti interventi chirurgici, in cui il dolore a volte non scompare del tutto, comporta importanti vissuti di rabbia, rassegnazione e incomprensioni in famiglia e in coppia. Anche la vita sessuale può essere invalidata dall’endometriosi, a causa del dolore che spesso si accompagna a questa condizione medica durante l’attività sessuale.

L’azione più importante che ognuno di noi può compiere per alleviare le sofferenze delle donne che soffrono di endometriosi è conoscere la malattia, comprenderne cause e sintomi, perché lo stigma sociale non renda la vita di queste persone ancora più difficile. Dalla scuola, fino ai luoghi di lavoro, conoscere le conseguenze dell’endometriosi e aprirsi al dialogo attivo ed empatico può contribuire a far sentire meno sole queste persone, e ad aiutarle nella loro battaglia per una qualità di vita migliore.

parliamo di endometriosi
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