Mese: Febbraio 2017

DISTURBI DEL CONTROLLO DEGLI IMPULSI

DISTURBI DEL CONTROLLO DEGLI IMPULSI

I disturbi del controllo degli impulsi hanno in comune l’incapacità di resistere ad un impulso, ad un desiderio impellente o alla tentazione di compiere un’azione pericolosa per sé o per gli altri. Nella maggior parte dei disturbi descritti in questa sezione il soggetto avverte una sensazione di crescente tensione o eccitazione prima di compiere l’azione e, dopo averla commessa, prova piacere, gratificazione o sollievo.

In questa sezione sono inclusi i seguenti disturbi:

-Disturbo esplosivo intermittente

-Cleptomania

-Piromania

-Gioco d’azzardo patologico

-Tricotillomania

-Disturbo del controllo degli impulsi N.A.S.

  1. Disturbo esplosivo intermittente

I soggetti con questo disturbo provano un forte impulso ad essere aggressivi (irritabilità, rabbia, aumentata energia, fuga delle idee) prima di mettere in atto le loro azioni, nonché umore depresso, rimorso, vergogna e stanchezza dopo averle compiute. A volte tali episodi sono preceduti da formicolii, tremori, costrizione toracica o palpitazioni. La storia della fanciullezza può presentare gravi scatti temperamentali, iperattività e attenzione compromessa.

Criteri diagnostici

  1. a) Numerosi episodi isolati d’incapacità a resistere agli impulsi aggressivi, che causano gravi atti aggressivi o distruzione delle proprietà;
  2. b) Il grado di aggressività espressa è del tutto spropositato rispetto a qualunque fattore psicosociale stressante precipitante;
  3. c) Gli episodi aggressivi non sono meglio attribuibili ad un altro disturbo mentale (Disturbo antisociale o borderline di personalità, Disturbo psicotico, Disturbi dell’umore, Disturbi d’ansia, Episodio maniacale…) e non può essere ricondotto agli effetti dell’uso di sostanze o ad una condizione medica generale.

A pazienti con Disturbo borderline di personalità, Disturbo antisociale di personalità, Schizofrenia o Episodio maniacale si fa diagnosi di Disturbo esplosivo intermittente solo se l’aggressività ha una particolare rilevanza clinica.

  1. Cleptomania

Il soggetto percepisce l’erroneità dell’atto di rubare ma non può resistervi. Egli può sentirsi depresso o in colpa per i furti. Questo disturbo può comparire in associazione a Disturbi dell’umore, Disturbi d’ansia, Bulimia Nervosa e altri Disturbi del controllo degli impulsi.

Criteri diagnostici

  1. a) Ricorrente incapacità di resistere agli impulsi di rubare oggetti di cui non c’è bisogno per l’uso personale o per il valore economico;
  2. b) Sensazione crescente di tensione prima di commettere il furto;
  3. c) Il soggetto percepisce piacere e sollievo al momento del furto;
  4. d) Il furto non viene compiuto per esprimere rabbia o vendetta né in risposta ad un delirio o ad un’allucinazione;
  5. e) Il furto non è meglio attribuibile ad un Disturbo della condotta, una Demenza, un Episodio maniacale o un Disturbo antisociale di personalità.

Nella Simulazione i soggetti possono fingere i sintomi della Cleptomania per evitare condanne penali.

Il Disturbo della condotta e il Disturbo antisociale di personalità vengono distinti dalla Cleptomania in base ad una modalità generale di condotta antisociale (in questi casi non si fa diagnosi aggiuntiva).

Nella Cleptomania il furto non viene compiuto in risposta ad un delirio o ad un’allucinazione (per es. nella Schizofrenia) e non è conseguenza di una Demenza o di un Episodio maniacale.

  1. Piromania

L’appiccamento di incendi non è causato da una compromissione della capacità di giudizio. I soggetti possono essere indifferenti alle conseguenze causate dai loro gesti. Spesso nell’anamnesi di questi soggetti compaiono problemi legati alla dipendenza e all’uso di alcool.

Criteri diagnostici

  1. a) Appiccamento di incendi deliberato ed intenzionale in più di un’occasione;
  2. b) Sensazione crescente di tensione ed eccitazione prima dell’atto;
  3. c) Il soggetto è affascinato, attratto e incuriosito dal fuoco e dai suoi contesti situazionali (attrezzature, usi, lavori connessi al fuoco);
  4. d) Il soggetto percepisce piacere, gratificazione e sollievo al momento in cui commette l’atto o assiste alle sue conseguenze;
  5. e) L’appiccamento di incendi non è messo in atto per un vantaggio economico, per esprimere rabbia o vendetta, per fini personali, in risposta ad un delirio o un’allucinazione;
  6. f) L’appiccamento di incendi non è meglio attribuibile ad un Disturbo della condotta, ad una Demenza, ad un Episodio maniacale o ad un Disturbo antisociale di personalità.

Non si fa diagnosi di Piromania quando l’appiccamento di incendi deriva da una compromissione delle capacità di giudizio (per es. nella Demenza, nel Ritardo mentale, nell’Intossicazione da sostanze).

Una diagnosi separata di Piromania non viene fatta quando l’appiccamento di incendi si manifesta come parte di un Disturbo della condotta, di un Episodio maniacale o di un Disturbo antisociale di personalità, se si manifesta in risposta ad un delirio o un’allucinazione (come nella Schizofrenia) oppure se è dovuto agli effetti di una condizione medica generale (per es. Epilessia).

4.Gioco d’azzardo patologico

Nei soggetti con Gioco d’azzardo patologico possono essere presenti distorsioni del pensiero (per es. negazione, superstizione, eccessiva fiducia in se stessi, senso di potere e controllo). Alcuni credono che il denaro sia la soluzione a tutti i loro problemi, sono fortemente competitivi, energici, irrequieti e facili ad annoiarsi.

Criteri diagnostici

  1. a) Persistente e ricorrente comportamento di gioco d’azzardo maladattivo, come indicato da almeno 5 dei seguenti punti:

– È eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo (per es. pensare a quando giocare, a come ottenere i soldi necessari…);

– Ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata;

– Ha ripetutamente tentato di controllare o interrompere il gioco;

– È irrequieto e irritabile quando tenta di resistere al gioco;

– Gioca d’azzardo per sfuggire problemi o per alleviare un umore disforico (ansia, colpa, depressione…);

– Tendenza a continuare a giocare per rincorrere le proprie perdite;

– Mente agli altri per occultare l’entità del proprio problema;

– Ha commesso azioni illegali per finanziare il gioco d’azzardo;

– Ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa, il lavoro oppure un’opportunità di carriera per il gioco d’azzardo;

– Fa affidamento sugli altri per reperire il denaro per alleviare una situazione finanziaria disperata causata dal gioco d’azzardo.

  1. b) Il comportamento di gioco d’azzardo non è meglio attribuibile ad un Episodio Maniacale.

Un gioco d’azzardo eccessivo può comparire anche in un Episodio maniacale, che si differenzia dal Gioco d’azzardo patologico per la presenza di modalità multiformi anche in contesti diversi da quelli del gioco.

Se sono soddisfatti i criteri per entrambi i disturbi è possibile diagnosticare sia il Gioco d’azzardo patologico che il Disturbo antisociale di personalità.

5.Tricotillomania

Lo strappamento dei peli può avvenire sia in situazioni di stress che di rilassamento. Questo disturbo può comparire in associazione a Disturbi dell’umore, Disturbi d’ansia, Disturbi dell’alimentazione, Disturbi di personalità e Ritardo mentale.

Criteri diagnostici

  1. a) Ricorrente strappamento dei propri capelli (o peli) che causa una notevole perdita di capelli;
  2. b) Sensazione crescente di tensione ed eccitazione prima dell’atto o quando si tenta di resistere al comportamento;
  3. c) Il soggetto percepisce piacere, gratificazione e sollievo dopo l’atto;
  4. d) L’anomalia non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale o ad una condizione medica generale (per es. problema dermatologico).
  5. e) L’anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento dell’individuo.

Lo strappamento proprio della Tricotillomania deve essere distinto da una compulsione propria del Disturbo ossessivo-compulsivo in cui il comportamento nasce da un’ossessione e segue un rituale.

L’anomalia non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale (per es. in risposta ad un delirio o ad un’allucinazione nella Schizofrenia) o ad una condizione medica generale (per es. problema dermatologico che determina alopecia)

La psicologia del ritratto – il rapporto tra arte e identità

Ritratto e psicologia

“”Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali, per quanto maestose e imponenti siano.” Van Gogh scriveva queste parole in una lettera al fratello Theo. Volendo esplorare il rapporto tra psicologia e arte del ritratto, Van Gogh è uno degli autori più interessanti da prendere in considerazione. Nel corso della sua breve vita dipinse quarantatré autoritratti, tra i quali alcuni dei più celebri sono l’autoritratto del 1889 su sfondo blu, e l’autoritratto con orecchio bendato del 1889.

Secondo Stefano Ferrari, professore di psicologia dell’arte presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, il ritratto e l’autoritratto in particolare, hanno a che fare con la rappresentazione che diamo di noi stessi al mondo, il processo attraverso il quale diamo un volto alla nostra identità.

Il problema, secondo Ferrari, è che la nostra identità spesso non coincide con la nostra immagine, ma necessariamente deve essere rappresentata e presentata agli altri attraverso di essa. Dobbiamo offrire un simbolo mediato della nostra essenza. Un processo spesso tormentato che ha a che fare con la formazione dell’immagine interna, che va oltre la propriocezione, la consapevolezza del corpo e del nostro Sé. Secondo l’Autore l’immagine interna sintetizza e racchiude modelli e ideali del Sé, sia interni che esterni. L’autoritratto nello specifico può essere visto come espressione del bisogno di rappresentare se stesso nelle proprie molteplici versioni, di darvi visibilità, maschere che risponderebbero al desiderio definito da Freud di “vivere una molteplicità di vite”.  Attraverso l’autoritratto l’artista può offrire all’osservatore diverse versioni di sé, travestendosi e modificando la propria identità, o può mettere in scena il conflitto, il dubbio e l’angoscia riguardo la propria esistenza, tipica degli artisti contemporanei, Van Gogh fra tutti. Per dipingere il proprio ritratto gli artisti devono confrontarsi con lo specchio, con il proprio doppio, ma soprattutto, facendo riferimento a Winnicott, con il rispecchiamento di sé nel volto dell’altro. Altro inteso come madre, la quale deve essere in grado di guardare il bambino e scorgere in esso una persona intera, rimandando all’infante questa immagine, contribuendo così alla costruzione del suo Sé. Infatti il rapporto con l’altro è fondamentale per la formazione della nostra identità. “Come il bimbo si vede (o non si vede) rispecchiato nel volto materno, così noi continuiamo a vederci attraverso gli occhi degli altri, o meglio attraverso l’immagine che immaginiamo che gli altri abbiano o debbano avere di noi.” (Ferrari, 2007) Secondo l’Autore nel rapporto con il ritratto e l’autoritratto entra in gioco il rapporto con la morte e la paura della morte sempre presente nell’uomo. L’idea di un doppio che possa sopravvivere alla caducità del corpo mortale aiuterebbe a superare la paura della fine. Per realizzare un autoritratto l’artista deve mettere in atto un meccanismo di difesa basato sullo sdoppiamento tra l’io soggetto e l’io oggetto, che viene guardato dall’esterno, riuscendo a guardare la propria immagine come quella di un estraneo. “Deve operare una sorta di (…) regressione controllata allo stadio dell’inconsapevolezza.” Ma questo processo, secondo Ferrari, avviene nella contemporanea consapevolezza dell’Io come unità, un Io che deve essere abbastanza maturo da tollerare questo momentaneo sdoppiamento.

Nel 2001 il neuroscienziato R.C. Miall dell’università di Oxford ha studiato il processo che permette ad un artista di trasformare le immagini visive del modello che intende ritrarre in un’immagine sulla tela. Per farlo hanno misurato i movimenti degli occhi e delle mani dell’artista al lavoro, paragonati con quelli compiuti nelle azioni quotidiane. Il tempo di osservazione dei dettagli dell’oggetto dipinto avevano il doppio della durata delle osservazioni compiute in un momento di riposo. Anche la coordinazione oculo manuale di un artista esperto è risultata differente e più prolungata nel tempo di un artista alle prime armi.

Per poter guardare se stessi è fondamentale poter guardare l’altro da sé, e attraverso il rapporto con l’altro noi formiamo un’immagine di noi stessi, che poi restituiamo al mondo. Negli autoritratti di Van Gogh possiamo osservare, forse, lo sforzo di oggettivare e di “fissare” sulla tela il tentativo combattuto, e mai del tutto compito, di dare una forma stabile al proprio Sé, in un continuo mutamento di percezioni ed emozioni, alla ricerca di una definizione della propria identità.

Articolo della dottoressa Valeria Colasanti
Alfa studio di psicologia Roma

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