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Per Elisa – la dipendenza patologica

Per Elisa – la dipendenza patologica

“Per Elisa, vuoi vedere che perderai anche me…” Alice esordisce al 31° Festival di Sanremo con queste p“Per Elisa, vuoi vedere che perderai anche me…” Alice esordisce al 31° Festival di Sanremo con queste parole, nel lontano 1981; scritte da Battiato, Giusto Pio e la cantante stessa. Per Elisa, il cui testo è stato composto in antitesi alla celebre bagatella di Beethoven, sembra il lamento graffiante e furioso di una donna tradita, rimpiazzata da un’altra che ha reso l’uomo conteso una sorta di schiavo d’amore. arole, nel lontano 1981; scritte da Battiato, Giusto Pio e la cantante stessa. Per Elisa, il cui testo è stato composto in antitesi alla celebre bagatella di Beethoven, sembra il lamento graffiante e furioso di una donna tradita, rimpiazzata da un’altra che ha reso l’uomo conteso una sorta di schiavo d’amore.

“per Elisa non sai piu’ distinguere che giorno è

e poi non e’ nemmeno bella.

Per Elisa

paghi sempre tu e non ti lamenti

per lei ti metti in coda per le spese

e il guaio è che non te ne accorgi.”

Già, un triangolo amoroso, nulla di più. Eppure “Per Elisa” viene scritta e interpretata proprio durante l’epidemia dell’abuso di eroina che investì l’Europa intera negli anni ‘80. Secondo alcuni, sebbene gli autori stessi lo abbiano sempre negato, il testo può essere interpretato come un’accorata denuncia di ciò che comporta la dipendenza da sostanze.

“Con Elisa

guardi le vetrine e non ti stanchi

lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole lei

riesce solo a farti male.

Vivere vivere vivere non e’ piu’ vivere

lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignita’.

Fingere fingere fingere non sai piu’ fingere

senza di lei ti manca l’aria.

Senza Elisa

non esci neanche a prendere il giornale

con me riesci solo a dire due parole…”

Indipendentemente dal fatto che questa interpretazione sia esatta o meno, e che facciate parte di coloro che vedono in questa canzone una denuncia sociale, oppure no, “Per Elisa” può essere letta come una vivida e sofferta descrizione di una relazione di dipendenza. Una dipendenza in cui l’Io del protagonista non può più vivere senza l’oggetto della sua ossessione. Anche una relazione può generare dipendenza. Secondo Lingiardi (2009) anziché fare riferimento alla polarità dipendenza – indipendenza, bisognerebbe fare riferimento al costrutto di dipendenza sana e di dipendenza patologica. Ciò perché un individuo sano, indipendente, poggia la propria indipendenza sulla capacità di dipendere da altre persone, e di permette ad altri di dipendere da sé. In questa ottica la dipendenza patologica può essere letta come “non negoziabile (…) in una ricerca disperata dell’altro visto come unico regolatore degli stati del Sé”. Ovvero che senza l’altro non riusciamo a funzionare:

 “senza di lei ti manca l’aria.

Non esci neanche a prendere il giornale.

Riesci solo a dire due parole.”

Una conferma in questo senso arriva anche dal campo delle neuroscienze. Le relazioni caratterizzate da dipendenza patologica creano dipendenza da un punto di vista chimico. Secondo Mitchell (2000) “Le esperienze precoci creano dipendenza anche a causa dei loro concomitanti neurochimici.” Ogni esperienza affettivamente intensa è accompagnata da rilascio di endorfine. Secondo Hofern (2006) il bambino ha bisogno della madre per la propria regolazione fisiologica. All’interno della diade madre – bambino avvengono processi regolatori nascosti che, in parole molto semplici, fanno funzionare il sistema nervoso dell’infante. Ma questo funzionamento è dovuto al funzionamento della coppia. In uno sviluppo ideale e sano il bambino dovrebbe con il tempo acquisire la capacità di regolarsi da solo, “interiorizzando” questi processi di regolazione. Il soggetto riesce a farlo in base alla complessa interazione di tre componenti fondamentali: la maturazione fisiologica, “l’interiorizzazione delle componenti affettive-cognitive della relazione e l’influenza delle altre relazioni” che sperimenterà nel corso della sua esistenza. In questo senso, la dipendenza può essere interpretata come la “ricerca di un apporto esterno di cui il soggetto ha bisogno per il proprio equilibrio e che non può trovare a livello delle sue risorse interne.” Quindi l’uomo cantato da Alice potrebbe aver trovato un oggetto d’amore del quale essere dipendente per funzionare, di cui non può fare a meno per esistere, esattamente come se si trattasse di una sostanza psicotropa. Come nel 1981 questa canzone era attuale perché, involontariamente o meno, raccontava il dramma dei suoi giorni, anche oggi “Per Elisa” racconta il disagio della dipendenza patologica dall’altro, in un mondo di relazioni sempre più estreme, caratterizzate da un lato dal controllo totale dell’altro, nella vita quotidiana e nel sesso, fino all’abbandono completo e alla trascuratezza emotiva.

 “ma noi un tempo ci amavamo”

Conclude Alice. E leggiamo queste parole come un’ultima speranza, che possa esistere un amore sano, una dipendenza sana, libera e “reversibile”, in una dimensione di coppia in cui si possa funzionare anche insieme e “non solo” .

Per Approfondire:

Pally R. (1999). Il rapporto mente-cervello. Roma, Giovanni Fioriti, 2003.

Lingiardi V., Amadei G., Caviglia G., De Bei F. (2011). La svolta relazionale. Milano, Cortina.

Liotti, G., Farina B. (2011). Sviluppi traumatici: eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano, Cortina,

Vittorio Lingiardi, “Personalità dipendente e dipendenza relazionale: aspetti diagnostici, descrittivi e dinamici”, in Caretti V., La Barbera D.,  Le dipendenze. Milano, Cortina, 2005

https://it.wikipedia.org/wiki/Alice_(cantante)

 

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