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L’arte del fallimento – crescere grazie ai limiti

L’arte del fallimento – crescere grazie ai limiti

 

 

L’Italia è fuori dai mondiali 2018. Sui social media e sui mezzi di informazione di massa non si parla di altro. Un senso di delusione e vergogna ha accompagnato il fallimento della Nazionale Azzurra. Potremmo ipotizzare che ciò sia dovuto al fatto che il calcio rappresenta, oltre ai tanti significati sociali e identitari che gli sono stati riconosciuti, un’occasione di realizzare le proprie aspettative emotive nei confronti del mondo esterno, di sentirsi vincitori, in grado di dominare il mondo dei fenomeni, e sentirci “competenti”.

La Self Efficacy e il Locus of Control di un individuo, concetti introdotti in psicologia da Bandura e dagli psicologi della Scuola di Palo Alto e che possono essere tradotti nei termini di senso della propria efficacia nell’agire e la percezione che gli eventi che ci accadano dipendano da noi e dalla nostra capacità di determinarli, accrescono grazie alle acquisizioni che man mano possiamo sperimentare nel tempo, nelle interazioni che abbiamo con il nostro gruppo sociale e nel mondo naturale. Il senso di soddisfazione che proviamo nel vincere un torneo di scacchi o nel riuscire a costruire un muro di mattoni in realtà hanno molti aspetti in comune. Ci permettono di sentirci in grado di agire efficacemente sull’esterno e di essere riconosciuti dagli altri membri del nostro contesto sociale come individui capaci. Gli scaffali delle librerie sono pieni di manuali su come essere più efficaci, assertivi, competitivi, vincenti e così via.

Un aspetto altrettanto fondamentale per la formazione dell’identità individuale, a livello inter e intra psichico, e per quanto riguarda la capacità di regolare le emozioni, è il fallimento. Bistrattato, negato, evitato come fosse lo spettro dell’annullamento psichico, il fallimento viene trattato alla stregua del concetto della morte. Nessuno vuole parlarne, al massimo ci si concede di accennare al suo evitamento, ad ogni costo; si fanno gesti apotropaici e si nega la sua esistenza. Il fallimento non solo esiste, ma ci permette di sopravvivere in un mondo complesso e ostile. Fin dalla primissima infanzia le esperienze negative ci permettono di regolare il nostro comportamento. Se un bambino cade mentre tenta di muovere i primi passi sperimenterà dolore e senso di frustrazione, e verrà spinto a ritentare finché non avrà successo. Se uno studente si presenta impreparato a una interrogazione e ottiene un due in pagella potrà sentirsi motivato a studiare di più e cambiare il risultato che ha ottenuto. Se vengo licenziato dall’azienda per cui lavoro posso rendermi conto che non ero soddisfatto del mio impiego e cercarne un altro più gratificante. Sembrano ovvietà, ma non lo sono. La capacità di tollerare la frustrazione è indice di salute mentale ed è una spinta fondamentale per poter ottenere una successiva gratificazione. Una madre “troppo” buona, che non permette mai a suo figlio di sperimentare una delusione o un limite non lo metterà in condizione di crescere, di trovarsi in quella “zona di sviluppo prossimale” in cui l’aiuto di un adulto competente o di un membro del gruppo dei pari, permette al bambino di acquisire nuove competente. Ma per acquisirle dobbiamo prima riconoscere una mancanza, una incapacità iniziale. Senza il riconoscimento di un bisogno e di un limite non c’è sviluppo. Se la nostra mamma “troppo” buona continua a prenderci in braccio, allattarci e cambiarci il pannolino, perché mai dovremmo imparare a camminare, regolare i nostri sfinteri e riconoscere da soli il nostro senso di fame e sazietà?

Sperimentare frustrazioni e fallimenti ci permettere di riconoscere uno stato di disagio e di fare qualcosa per cambiarlo. La storia è ricca di esempi di grandi scienziati e personalità pubbliche che sono arrivate a elaborare grandi scoperte o raggiungere traguardi importanti grazie a eclatanti fallimenti. Da Einstein, il quale fu bocciato la prima volta che tentò l’esame di ammissione al Politecnico di Zurigo, a Walt Disney, che dovette chiudere per fallimento la sua prima società di produzione di cartoni animati, la “Laugh-O-Grams, Inc.”, fino a Stephen King, il quale dovette incassare trenta rifiuti per il suo primo libro, “Carrie”, prima di poter iniziare la sua carriera di scrittore. Se queste grandi personalità della storia avessero avuto un successo immediato probabilmente la loro vita e il mondo, per come lo conosciamo oggi, sarebbero stati differenti.

Ciò che differenzia un fallimento che può condurre a un ulteriore sviluppo, da una débâcle definitiva è la percezione personale. In uno studio di Jonathon D. Brown e Frances M. Gallagher è stata rilevata una differenza sostanziale tra la percezione individuale di un proprio fallimento, e la percezione del fallimento di qualcun altro. I soggetti dello studio tendevano in modo unanime a sopravvalutare i propri fallimenti, mentre quelli degli altri venivano “letti” come meno gravi. Inoltre, il contesto in cui il fallimento avviene cambia la considerazione che ne hanno gli individui. Un fallimento privato viene percepito come più gravoso di uno che avviene in pubblico. In questo secondo caso vengono prese in considerazione categorie di giudizio come il merito, e si tende ad avere un giudizio più egualitario verso di sé e gli altri. In generale gli individui con una autostima più alta tendono a leggere i fallimenti come meno gravi e imbarazzanti.

Un altro studio, condotto da Foster e Grant, afferma che in due situazioni sperimentali i soggetti tendevano ad essere più sensibili al fallimento quando si ponevano nei confronti di un determinato compito in una ottica “difensiva”, ovvero se sentivano di dover evitare una brutta performance. Verrebbe da chiedersi se la nazionale Italiana, affrontando la Svezia, sia scesa in campo in modalità “difensiva”, dovendo tutelare la propria reputazione, esponendosi in questo modo a una sequenza di feedback negativi che hanno contribuito a peggiorare la loro prestazione. In ogni caso fallire può essere il primo passo verso un nuovo successo, e concedersi la possibilità di sperimentarne la frustrazione può essere una grande occasione evolutiva, sia per l’individuo, che per la collettività.

Articolo a cura della dottoressa Valeria Colasanti

 

Bandura, A. (1978). Reflections on self-efficacy. In S. Rachman (Ed.), Advances in behavior research and therapy(Vol. 1., pp. 237-269). Oxford: Pergamon.

Bandura, A. (1982a). Self-efficacy mechanism in human agency. American Psychologist, 37, 122-147.

Journal of Experimental Social Psychology: Success/Failure Feedback, Expectancies, and Approach/Avoidance Motivation: How Regulatory Focus Moderates Classic Relations; Jonathon D. Brown Frances M. Gallagher 2002

Journal of Experimental Social Psychology: Social comparison after success and failure: Biased search for information consistent with a self-serving conclusion; Tom Pyszczynski Jeff Greenberg John LaPrelle

 

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