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Ipnosi – l’arte di mettere

Ipnosi

L’arte di mettere

 

 

L’ipnosi, secondo Sigmund Freud, può essere paragonata alla pittura, perché in essa di procede per “via di mettere” anziché per via di levare. Si tratta di uno stadio alternativo a quello di veglia o di sonno, con proprie caratteristiche fisiologiche e di attività neurologica, che viene indotto da un operatore esterno, oppure autoindotta, caratterizzata da uno stato psichico denominato trance. La storia dell’ipnosi inizia nell’era precristiana, che abbonda di esempi di induzione ipnotica attraverso canti e danze rituali. La storia scientifica dell’ipnosi invece può essere fatta inizia da Anton Mesmer che tra la metà del XVIII e l’inizio del XIX secolo propone la teoria del magnetismo animale, secondo la quale alla base della malattia si sarebbe un turbamento della corrente nervosa presente nell’organismo. Successivamente James Braid definì ipnotici i fenomeni che si verificavano nei soggetti “magnetizzati” causati da uno stato di affaticamento cerebrale indotto attraverso tecniche particolari, come quella molto cara al mondo del cinema, della trance indotta attraverso l’oscillazione di un oggetto splendente davanti agli occhi del paziente. Soltanto con il lavoro di Charcot l’ipnosi accede all’ambito scientifico, grazie alle sue ricerche sull’isteria presso l’Accademia delle scienze di Parigi. Charcot ipotizzò che nelle paralisi isteriche, reversibili, come quelle provocate ipnoticamente, dovessero esistere delle lesioni funzionali del sistema nervoso, analogamente a quanto avveniva nelle paralisi organiche, irreversibili, dove esistevano specifiche lesioni cerebrali. Charcot credeva che lo stato ipnotico fosse uno stato isterico provocato artificialmente.

Secondo Hippolyte Bernheim, invece, l’ipnosi era uno stato psicologico e la identificò come uno stato “d’accentuata suggestionabilità”, dipendente dalle caratteristiche del soggetto, dall’influenza esercitata dall’operatore e dai suggerimenti che da al paziente. Infine Sigmund Freud studiò i fenomeni ipnotici, essendo stato egli stesso allievo di Charcot, liquidandoli però velocemente come prodotti della suggestione, ed abbandono l’ambito di ricerca dopo essersi dedicato alla psicoanalisi.

Per ipnosi si intende un processo di guida da uno stato di veglia ad uno stato di trance: uno stato mentale naturale, diverso dagli stati di veglia o di sonno, in cui la recettività a stimoli esterocettivi e propriocettivi è dissimile nella elaborazione e nelle possibilità di realizzazione (Di Bertolino R.A., 2012). L’ipnosi può produrre nel paziente il passaggio da uno stato di veglia ad uno stato di trance. Per aiutare il paziente nella trance ipnotica occorre fornirgli suggestioni sensoriali e mentali che suggeriscano uno stato di calma, proponendo stimoli di natura neuro-psico-fisiologica, in modo che il paziente possa abbandonarsi alla trance. La trance ipnotica è uno stato di coscienza naturale, in cui la concentrazione della persona è più centrata, cioè diretta verso di sé, guidata dal terapeuta, permette alla persona di accedere alle risorse personali e trovare un nuovo stato di benessere

Tale stato può essere eteroindotto, tramite ipnosi, permettendo al terapeuta di influire sullo stato del paziente a livelli diversi psichici e comunicativi. L’ipnosi auto-indotta invece, definita autoipnosi, è uno strumento di autoinduzione allo stato di trance che l’individuo adopera autonomamente tramite l’acquisizione di particolari tecniche, o in modo naturale con più o meno consapevolezza.

Ai fini della pratica l’ipnosi può essere applicata:

  • Ipnosi regressiva finalizzata a risolvere traumi o lutti
  • Ipnosi e ipnosi con flooding per risolvere paure o fobie, segnatamente relative ad interventi odoiantrici o a paure di strumenti medici (vd. siringhe e altri)
  • Ipnosi per gestire l’ansia
  • Ipnosi come supporto motivazionale durante processi di dieta
  • Ipnosi per gestire emicrania o cefalee
  • Ipnosi per gestire problemi di enuresi
  • Sostegno ed ascolto psicoagogico
  • Sostegno ed ascolto psicoagogico per pazienti affetti da malattie neurologiche

L’ipnosi consente al terapeuta e al paziente di stabilire un obiettivo da raggiungere, consentendo al cliente di sperimentare nuove skill e schemi di comportamento più efficaci rispetto alla finalità del trattamento durante lo stato ipnotico.

Come affermato in precedenza la trance è uno stato di coscienza diverso dalla veglia e dal sonno, a livello neurologico si osservano valori di attività delle onde θ differenti dagli altri due stati. Diminuzione l’attività dell’amigdala, aumenta l’attività dell’ippocampo, del corpo calloso e degli emisferi sinistro e destro, dalla zona frontale fino a quella occipitale, con un cambiamento di volume del rostrum nella parte occipitale del corpo calloso.

Il processo di induzione ipnotica è qui il protocollo protratto con la finalità di condurre il paziente dallo stato di veglia allo stato di trance. Questo processo può essere condotto con l’ausilio o l’adozione di diverse tecniche ipnotiche, classificate principalmente a seconda dell’uso o meno della componente verbale.

Un ambito attuale e interessante di applicazione dell’ipnosi è la gestione del dolore, post operatorio e cronico. Ai coniugi Hilgard e ai loro studi svolti negli anni ’70 dobbiamo un modello teorico che dimostra l’esistenza di una correlazione diretta tra il grado di ipnotizzabilità di un soggetto e il livello di analgesia che egli può raggiungere in stato di trance. Questo effetto analgesico prodotto dall’ipnosi non ha nulla a che vedere con l’effetto placebo, non è dovuto a stress o ansia o alla suggestione, né all’effetto delle endorfine.

Secondo la teoria neodissociativa lo stato ipnotico determina delle modificazioni nelle strutture di controllo cognitive, per cui i processi cognitivi dell’ipnotizzato non sono più disponibili alla coscienza ordinaria, anche se una parte dissociata dell’io ipnotico, definita come l’osservatore nascosto, mantiene la normale percezione del dolore. A causa di una barriera di comunicazione questa componente cognitiva non si manifesta (covert pain). Una seconda barriera impedisce la comunicazione fra due sottosistemi del dolore: A e B. Al sistema A competono gli indicatori involontari, ad es. quelli cardiovascolari, che perciò continuano a registrare l’esperienza; al sistema B competono le reazioni volontarie come la mimica, i vari atteggiamenti tensivi che vengono esclusi lasciando il paziente rilassato, calmo, senza apparente segno di sofferenza.

 

In sintesi, è attualmente accettato che l’ipnosi svolga il suo ruolo nel controllo del dolore attraverso eventi aspecifici quali la defocalizzazione dell’attenzione, la riduzione dell’ansia associata, e il decondizionamento. L’effetto dell’ipnosi nel controllo del dolore dipende in modo specifico dal grado d’ipnotizzabilità del paziente ed è compatibile con un sistema di controllo elettrico o neurotrasmettitoriale e questo spiega la rapidità con cui l’analgesia può essere indotta o rimossa. La condizione ipnotica sarebbe in grado di modulare dei sistemi sensoriali afferenti come la via paleospinotalamica, sopprimendo anche alcuni riflessi segmentari locali.

In una review dell’efficacia dell’ipnosi nella riduzione del dolore negli adulti con un intervento di tipo psicologico o psicosociale, è stata evidenziata, attraverso metaanalisi la validità delle tecniche ipnotiche nel controllo del dolore in pazienti malati di tumore. De Benedittis et al. hanno dimostrato in un esperimento con dolore ischemico che soggetti altamente ipnotizzabili presentavano un aumento della tolleranza al dolore del 113% verso un incremento di tolleranza di solo il 26% in soggetti scarsamente ipnotizzabili.

 

“L’ipnosi si è dimostrata capace di alleviare sia la componente sensoriale discriminativa dell’esperienza dolorosa, sia la componente affettiva. In soggetti altamente ipnotizzabili è stato osservato un maggior effetto sulla componente motivazionale affettiva dell’esperienza stessa. La scissione tra le due componenti è responsabile della attivazione d’indicatori involontari del dolore quali un aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della frequenza respiratoria, della sudorazione, ecc..” L’ipnosi ci fornisce nuove prospettive e sfide per il futuro, che dobbiamo cogliere nelle loro potenzialità curativa in primis nella gestione del dolore in pazienti cronici, come quelli affetti da patologie oncologiche o da endometriosi. Sta a noi poterle cogliere.

 

 

Bibliografia:

Di Bertolino R.A., (2012). Lo stato mentale di Ipnosi, in AA.VV.,(2012).“Rivista medica Italiana di Psicoterapia e Ipnosi, vol I, gennaio 2012.”, S.M.I.P.I., Bologna.

Antonelli Carlo, Marco Luchetti, Luigi De Trana, (2014) Associazione fra anestesia in ipnosi e anestesia convenzionale. International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 62:4, 483-491

Camillo Valerio, Claudio Mammini, (2009). L’evoluzione clinica dell’ipnosi. Franco Angeli Ed.

 

http://ipnoguida.com

 

 

 

Arrival – Il linguaggio può cambiare la tua mente

Arrival – Il linguaggio può cambiare la tua mente

Il linguaggio può cambiare la nostra mente. Domandatevi da dove venite e cosa volete. Fate altrettanto con il vostro vicino di casa, o con la donna che sta giocando al cellulare sul sedile accanto al vostro nel vagone della metropolitana. Una domanda così semplice si basa su una lunga serie di presupposti condivisi: conoscere il significato delle parole utilizzate, conoscere la forma interrogativa di una frase, condividere lo stesso idioma. Semplice, starete pensando. Al massimo vi toccherà improvvisarvi in una lingua straniera che avete appreso al liceo o poco dopo.

Immaginate ora di dover porre la stessa domanda a degli alieni.

Sono appena sbarcati sulla terra. Dodici astronavi denominate “gusci” sono approdate su altrettanti siti terresti. Da questi velivoli monolitici non proviene alcun segno di vita, radiazione o rumore. Ma ogni 18 ore una sorta di portale si apre sul fondo dei velivoli, quasi un invito a entrare.

Per questo Louise Banks viene contattata dall’esercito statunitense e trasportata nel Montana. Louise è una linguista. Il suo compito è quello di domandare agli alieni lo stesso quesito che vi ho chiesto di rivolgere a voi stessi o a un vicino. Ma da dove si comincia a costruire una forma di comunicazione, quando si proviene da mondi diversi, e non si condivide quasi nulla?

Louise, aiutata dal fisico teorico Ian Connelly, scopre che gli alieni sono in grado di comunicare visivamente attraverso una lingua scritta, circolare, che al contrario di quelle umane, non ha una direzione di lettura, e quindi, in senso più ampio, presuppone una concezione del tempo circolare. Presente, passato e futuro esistono contemporaneamente nella mente del parlante. Louise, grazie alla teoria Sapir–Whorf, comprende che il linguaggio utilizzato dagli alieni determina non solo il loro modo di pensare, ma il funzionamento stesso della loro mente. E Louise inizia a sperimentarlo su se stessa, e vede il proprio futuro. Ha la capacità di vedere ciò che deve ancora accadere, e in base a ciò agire nel presente.

Grazie alla capacità che ha acquisito Louise viene a sapere che gli alieni, denominati “Eptapodi” sono giunti sulla terra per offrire armi. Sull’interpretazione di questa frase i popoli e i governi della Terra rischieranno distruggere il nostro pianeta. Perché l’interpretazione di una comunicazione dipende dal sistema collusivo di significati condivisi che è alla base del linguaggio che utilizziamo. Un’arma può essere molte cose, in base al contesto cui apparteniamo. Louise lo comprende bene e grazie alla sua capacità di vedere il futuro riesce ad evitare che la Cina guidi un attacco nucleare contro di extraterrestri. Ma Louise riesce a vedere anche nel proprio futuro personale, in cui sposerà Ian e avrà una figlia con lui, destinata a morire prematuramente. Nonostante Louise conosca già gli eventi tragici che la riguarderanno decide di viverli lo stesso.

Il film del 2016 di Denis Villeneuve si basa sul racconto “Storie della tua vita” di Ted Chiang. Come il racconto, il film apre molti interrogativi di natura filosofica ed etica. Mette in discussione l’universalità dei significati del mondo in cui siamo immersi e il modo stesso in cui lo concepiamo. Il grande merito del regista è aver costruito un film palindromo, che può essere “letto” dall’inizio alla fine e viceversa, rivelando soltanto al termine la natura di ciò che abbiamo appena osservato, dimostrando di aver compreso profondamente il tema del racconto di Chiang e dell’ipotesi Safir-Whorf sull’influenza linguistica.In realtà i due studiosi Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf non presentarono mai una formulazione rigorosa della loro ipotesi, ma fu J.B. Carroll a costruirla a posteriori, nel volume “Linguaggio, pensiero e realtà”.

A dimostrazione della natura intrinsecamente interpretativa del linguaggio, la stessa teoria ha due diverse interpretazioni, una versione forte e una debole dell’ipotesi. La prima è nota come determinismo e afferma che il nostro pensiero è interamente determinato dalle strutture della lingua: “Dal momento che il segno preesiste al parlante, noi parliamo della realtà subendo il determinismo della lingua. In altri termini leggiamo la realtà extra-linguistica secondo categorie intellettuali che sono già state strutturate dal linguaggio. Astrarre, cioè organizzare la conoscenza è un tutt’uno con l’attitudine del linguaggio: ciò si vede bene dalla diversa segmentazione espressiva che lingue diverse danno dello spettro dei colori, una realtà naturale uguale in ogni luogo.Whorf stesso sosteneva che “Non possiamo parlare affatto, se non accettiamo l’organizzazione e la classificazione dei dati che questo accordo stipula […] significa che nessun individuo è libero di descrivere la natura con assoluta imparzialità, ma è costretto a certi modi di interpretazione, anche quando si ritiene completamente libero.

La versione debole della teoria è definita relativismo. Le strutture delle lingue eserciterebbero un’influenza sul processo di categorizzazione mentale di chi parla. Sapir scrisse: “Se si tracciano dozzine di linee di forme differenti, le si nota subito come classificabili nelle categorie di “rette”, “contorte”, “curve”, “zigzag”, perché i termini linguistici contengono in se stessi un carattere stimolante la classificazione. Noi vediamo e udiamo e facciamo altre esperienze in un dato modo in gran parte perché le abitudini linguistiche delle nostra comunità ci predispongono a certe scelte di interpretazione.”Che propendiate per l’una o l’altra interpretazione della teoria d’ora in poi sappiate che la lingua che usate ogni giorno non è così neutra e ovvia come avete sempre immaginato. Ogni volta che parliamo forniamo una rappresentazione simbolica e tangibile della nostra mente e del modo in cui concepiamo il mondo.

 

Dott.ssa Valeria Colasanti

Riceve su appuntamento a Roma e a Villanova di Guidonia (LT)(+39) 3488197748

http://www.mymovies.it/film/2016/storyofyourlife/

 

 

Adolescenza – istruzioni per l’uso

ADOLESCENZA

Il termine adolescenza deriva dal latino adolescere, che significa crescere. Per adolescenza si intende quel periodo della vita che va dai 12 ai 22 anni c.a., e vede l’individuo impegnato ad affrontare una serie di cambiamenti che interessano il suo sviluppo:

  • Fisiologico
  • Morfologico
  • Sessuale
  • Cognitivo
  • Sociale

 

Queste trasformazioni portano il soggetto a modificare l’immagine che ha di sé e a confrontarsi continuamente con quella che hanno gli altri di lui. La difficoltà di definire/circoscrivere l’adolescenza all’interno di limiti anagrafici deriva anche dalle enormi differenze interindividuali esistenti nel modo di affrontare i compiti di sviluppo sia in termini di strategia comportamentali che di vissuti interiori.

Secondo Canestrari e Godino si potrebbe definire come la fase della vita che intercorre tra la maturazione sessuale e l’assunzione di un suolo sociale adulto e autonomo. Nelle società complesse, in cui si diviene adulti per gradi, i ruoili adulti, prima di esserre agiti sono provati per gioco. In questo senso si può definire l’adolescenza come una costruzione PSICO-SOCIALE. Tra i vari cambiamenti che l’adolescente affronta, le capacità intellettive tra gli 11 e i 14 anni progrediscono a livello qualitativo perché il giovane per la prima volta comincia a fare operazioni mentali con concetti astratti, ciò che Piaget ha definito fase delle OPERAZIONI FORMALI.

 

 

Gli ambiti applicativi in cui si studia l’adolescenza sono vari e sebbene abbiano tutti, un elevato potenziale esplicativo hanno tutti carattere parziale. Qui prenderemo in considerazioni quello clinico.

Nell’ambito della psicologia dello sviluppo Kohlberg, seguace di Piaget, ha studiato le fasi dello sviluppo MORALE nella loro relazione con le fasi dello sviluppo intellettivo. Nel livello I (UTILITARISTA) preconvenzionale tra i 3 e 7 anni: nello STADIO 1 il bambino obbedisce per evitare punizioni, quindi è sbagliato ciò che comporta punizioni. Nello STADIO 2 è giusto ciò che serve a sé, a livello strumentale.

Nel livello II (CONFORMISTA) convenzionale tra gli 8 e gli 11 anni: nello STADIO 3 è giusto agire in conformità con ciò che si è stabilito e fare ciò che gli altri si aspettano da noi. Nello STADIO 4 le leggi e i doveri vanno sempre adempiuti perché è giusto per mantenere i ruoli e il sistema. Nel livello III (AUTONOMO) post – convenzionale, dai 14 in poi: lo STADIO 5 prevede consapevolezza da parte del ragazzo che esistono molte opinioni e scale di valori. Nasce il relativismo e la libertà, ma esiste anche il concetto di valore assoluto che va oltre le scelte della maggioranza. Nello STADIO 6 nasce il proprio sistema di valori, che si fonda sulla razionalità e universaslità di principi.

Con l’adolescenza ha inizio quindi l’epoca in cui le idee prima accettate in modo acritico e conformistico sono riesaminate e ci si crea una propria opinione del mondo. Il mondo dell’adolescente, contrariamente a quello degli adulti, è fatto di COERENZA e ASSOLUTI e assumono atteggiamenti che potremmo definire ascentici.

 

Nell’ambito del modello psicoanalitico viene sottolineata invece l’importanza dell’ingresso nella sessualità adulta che comporta la riorganizzazione delle pulsioni parziali nell’ambito del primato genitale e la ristrutturazione conflittuale del mondo intrapsichico. Secondo E. Erikson il compito principale in adolescenza o DILEMMA CRUCIALE di questo periodo è l’acquisizione di una identità autonoma. Il soggetto è spinto a ridefinire e riorganizzare il proprio sé rispetto a se stesso e agli altri. Secondo Erikson il processo di formazione dell’identità si realizza attraverso il passaggio di alcune fasi:

  • In adolescenza si passa da uno stato di diffusione dell’identità a uno di acquisizione di identità. Il primo è caratterizzato da 2 modalità relazionali: SPERIMENTAZIONE e IDENTIFICAZIONE. La prima permette al soggetto di provarsi in RUOLI diversi e recitare più copioni sociali confrontandosi con diverse regole e valori;
  • Parallelamente l’adolescente moltiplica le sue relazioni aggiungendo alle figure primarie altri oggetti di interesse, come altri adulti e coetanei. All’interno di queste figure può identificarsi e riconoscere parti di altri come interessanti per sé.
  • Erikson chiama questo gioco di identificazioni MORATORIA PSICOSOCIALE, in cui l’adolescente si definisce e acquisisce l’identità attraverso un gioco di identificazioni.
  • Questo processo comporta una SCELTA e l’ELABORAZIONE di una sintesi originale delle diverse parti di sé che il ragazzo ha riconosciuto identificandosi con gli altri.

La teoria di Erikson è stata criticata da diversi autori tra cui Bosma; Jackson e Coleman, i quali hanno sottolineato come per l’autore la formazione dell’identità avverrebbe in termini assolutistici, di tutto o niente, mentre per loro questo processo sarebbe continuo e si realizzerebbe attraverso ripetute crisi, esplorazioni e riorganizzazioni.

Diversamente da Erikson, Marcia, attraverso interviste a soggetti adolescenti riguardo diversi ambiti della vita, individua 4 STATI dell’IDENTITA’ che corrispondono a 4 MODALITA’ DI RAPPORTARSI AGLI EVENTI da parte dell’adolescente:

  • IDENTITA’ ACQUISITA: vi si trova chi ha operato una scelta sondando attraverso la sperimentazione le diverse alternative possibili;
  • MORATORIUM: fase della sperimentazione in cui non si è ancora elaborato una scelta, sebbene sia presente una riflessione sulle alternative;
  • BLOCCO DELL’IDENTITA’: chi elabora sclete in vari ambiti della vita e assume gli impegni conseguenti senza ESPLORARE alternative possibili. È una adesione acrititca ai primi modelli identificativi (i genitori);
  • DIFFUSIONE DELL’IDENTITA’: chi mette in atto molteplici comportamenti esplorativi superficiali, senza riflessione, e non finalizzati a una vera scelta e impegno futuri.

Seguendo gli studi di Erikson e Marcia possiamo affermare che gli adolescenti devono definire la pripria identità sociale e individuale, sperimentandosi quindi in un ambiente sociale più ampio di quello infantile. Il legame con i pari offre un sostegno fondamentale nell’affrontare questo percorso di individuazione-separazione.

Le RELAZIONI SIMMETRICHE con gli amici gli permettono di:

  • Esplorare l’esterno attività condivise e sperimentare nuove capacità;
  • Scoprire il proprio sé, scoprendo nuovi aspetti di sé e imparrando ad aiutovlutarsi in base al giudizio altrui

Inoltre cambia anche la tipologia di amicizie. Mentre nell’infanzia si fondavano sulla condivisione di attività, ore si basano su condivisione emotiva e lealtà. In ambito sociale lo studio dell’adolescenza nella comprensione dei comportamenti trasgressivi assume una grande valenza applicativa.

Metodi di indagine: molti studi hanno esplorato l’AUTOEFFICACIA REGOLATORIA, ovvero la convinzione di essere capaci di resistere alle pressioni trasgressive dei compagni, ed è stato verificato che tale efficacia è risultata negativamente associata con la messa in atto di varie forme di comportamenti a rischio da parte dell’adolescente. Nello studio di SMORTI et all. del 2010, sono state valutate diverse caratteristiche personali degli adolescenti tra cui anche l’AUTOEFFICACIA REGOLATORIA. Rispetto al consumo di droge sono emerse differenze significative in termini di A.R. tra i vari gruppi sociali (non consumatori, consumatori occasionali e consumatori abituali). Lo stesso è emerso per l’uso di alcolici. In generale lo studio verifica come chi fa uso di queste sostanze risulta avere una A.R. significativamente inferiore rispetto a chi non ne fa uso.

 

 

 

 

 

Carcinofobia – l’attualità dell’ipocondria

La paziente D.M. ha 32 anni e mi è stata inviata dal suo medico di base. Ve la porto come esempio di quello che, a mio parere, è un disturbo molto frequente nel panorama più vasto dell’ipocondria, o come è stata rinominata nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali giunto alla sua V edizione (DSM V), il Disturbo d’Ansia di malattia. La carcinofobia o la cancerofobia è una paura ossessiva di ammalarsi di cancro. La prima volta che sono stato contattato telefonicamente dalla paziente è stato il 3 dicembre dello scorso anno.

Lei piangeva disperatamente. Mi comunicò il timore di avere un cancro al colon, insorto subito dopo che al padre era stato scoperto un nodulo alla gola il quale però, in seguito ad analisi più approfondite, era risultato essere benigno. Pensai allora che la paziente possedesse buone capacità di autoanalisi considerando che era riuscita, in modo autonomo, a collegare i due eventi. La telefonata durò più o meno un quarto d’ora e D.M. mi raccontò che da quando aveva sviluppato questa convinzione, ogni volta che andava al bagno, non poteva fare a meno di controllare le proprie feci per verificare se vi fossero tracce di sangue. Mi disse inoltre che doveva esserci per forza qualcosa di malato in lei, perché effettivamente percepiva delle fitte fortissime a livello addominale. Sebbene tutte le analisi prescritte dal suo medico non riportassero nulla di significativo, e anche se tutti cercassero di farla ragionare sull’inconsistenza delle sue paure, lei non trovava pace. Al telefono spiegai alla paziente che ero convinto che lei sentisse davvero quei dolori addominali e che non credevo che fossero solo nella sua testa. Ma così come nel caso di una forte ansia o di un attacco di panico possono essere percepiti realmente dei forti dolori al petto, così anche nel suo caso quei dolori potevano essere causati dalla somatizzazione di un malessere mentale. Le dissi che lavoro al policlinico Gemelli dove ho a che fare spesso con pazienti oncologici e i loro familiari e frequentemente accade che quando qualcuno vicino a noi scopre di avere questo male, o nel suo caso che vi sia il sospetto che ce l’abbia, il parente subisce un contraccolpo psicologico da non sottovalutare. A Queste parole la paziente smise di piangere e placò la sua ansia, questo perché aveva bisogno di una spiegazione emotiva piuttosto che razionale.

L’ansia in quanto emozione non può essere razionalizzata, ma solamente capita perché la si possa gestire. Avere paura di essere affetti da malattie senza che vi siano evidenze empiriche è una forma d’ansia e di conseguenza è necessario ricercare l’origine dell’angoscia piuttosto che persistere nel dimostrarne l’irrazionalità. Le possibili cause di un esordio ipocondriaco, possono essere molteplici e non necessariamente vicine temporalmente al manifestarsi delle ansie. Queste paure possono riguardare qualsiasi tipo di malattia, oppure come in questo caso, focalizzate su una specifica patologia. È altamente probabile che dietro quest’ ultima vi sia uno o più lutti non risolti, mai elaborati. Sebbene chiunque di noi può essere più o meno spaventato di fronte ad una grave malattia come il tumore, le persone carcinofobiche ne sono ossessionate. Tra chi è affetto da tale disturbo vi sono pazienti che fanno check up spesso passando la propria vita tra esami clinici e consulti medici e chi vive costantemente nella convinzione di essere malato, ma preferisce non sapere, in parte per paura e in parte perché ha bisogno di mantenersi nell’incertezza. Si può fare anche un’ulteriore distinzione tra chi ha paura della malattia perché l’ha vissuta, è ormai guarito ma teme che ritorni e chi, invece, non l’ha mai avuta. Nel primo caso lo stravolgimento della propria vita alla notizia di essere affetto da tale malattia e di tutto quello che ne è conseguito, ha messo in moto un meccanismo dal quale è difficile uscire, anche quando fisicamente si è fuori pericolo di vita. Il secondo caso invece è quello della paziente D.M. Andando a scavare nel suo passato è emerso il lutto di una zia a lei molto vicina e sorella della madre. La zia della paziente è deceduta proprio per un tumore al colon, quando quest’ultima aveva sette anni. La donna spesso accompagnava la madre al capezzale della malata, assorbendo molto di più di quanto allora potesse comprendere data la sua tenera età. La notizia che il padre potesse essere malato, come aveva intuito subito la paziente, è paragonabile all’esplosione di una bomba, sepolta da 25 anni. Ormai sono due mesi e mezzo che vedo D.M. e lei non ha più quel comportamento compulsivo di controllare le sue feci alla ricerca di sangue e le fitte addominali, anche se vanno e vengono, non sono più frequenti e forti come prima, ma soprattutto, è riuscita a capire che è tutta una sua paura. Con questo non intendo che il lavoro sia finito, così come non intendo spiegare questo genere di disturbi solo attraverso l’elaborazione di lutti irrisolti, ma sicuramente i primi miglioramenti della paziente in questione sono avvenuti dopo la seduta in cui abbiamo parlato della zia.

dott. Andrea Rossetti

Per approfondire:

 

De Lacoste G.D. (2009) “L’ipocondriaco” Roma: Castelvecchi ed.

Molière, “Il malato immaginario”, Ed. Garzanti, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DISTURBI DEL CONTROLLO DEGLI IMPULSI

DISTURBI DEL CONTROLLO DEGLI IMPULSI

I disturbi del controllo degli impulsi hanno in comune l’incapacità di resistere ad un impulso, ad un desiderio impellente o alla tentazione di compiere un’azione pericolosa per sé o per gli altri. Nella maggior parte dei disturbi descritti in questa sezione il soggetto avverte una sensazione di crescente tensione o eccitazione prima di compiere l’azione e, dopo averla commessa, prova piacere, gratificazione o sollievo.

In questa sezione sono inclusi i seguenti disturbi:

-Disturbo esplosivo intermittente

-Cleptomania

-Piromania

-Gioco d’azzardo patologico

-Tricotillomania

-Disturbo del controllo degli impulsi N.A.S.

  1. Disturbo esplosivo intermittente

I soggetti con questo disturbo provano un forte impulso ad essere aggressivi (irritabilità, rabbia, aumentata energia, fuga delle idee) prima di mettere in atto le loro azioni, nonché umore depresso, rimorso, vergogna e stanchezza dopo averle compiute. A volte tali episodi sono preceduti da formicolii, tremori, costrizione toracica o palpitazioni. La storia della fanciullezza può presentare gravi scatti temperamentali, iperattività e attenzione compromessa.

Criteri diagnostici

  1. a) Numerosi episodi isolati d’incapacità a resistere agli impulsi aggressivi, che causano gravi atti aggressivi o distruzione delle proprietà;
  2. b) Il grado di aggressività espressa è del tutto spropositato rispetto a qualunque fattore psicosociale stressante precipitante;
  3. c) Gli episodi aggressivi non sono meglio attribuibili ad un altro disturbo mentale (Disturbo antisociale o borderline di personalità, Disturbo psicotico, Disturbi dell’umore, Disturbi d’ansia, Episodio maniacale…) e non può essere ricondotto agli effetti dell’uso di sostanze o ad una condizione medica generale.

A pazienti con Disturbo borderline di personalità, Disturbo antisociale di personalità, Schizofrenia o Episodio maniacale si fa diagnosi di Disturbo esplosivo intermittente solo se l’aggressività ha una particolare rilevanza clinica.

  1. Cleptomania

Il soggetto percepisce l’erroneità dell’atto di rubare ma non può resistervi. Egli può sentirsi depresso o in colpa per i furti. Questo disturbo può comparire in associazione a Disturbi dell’umore, Disturbi d’ansia, Bulimia Nervosa e altri Disturbi del controllo degli impulsi.

Criteri diagnostici

  1. a) Ricorrente incapacità di resistere agli impulsi di rubare oggetti di cui non c’è bisogno per l’uso personale o per il valore economico;
  2. b) Sensazione crescente di tensione prima di commettere il furto;
  3. c) Il soggetto percepisce piacere e sollievo al momento del furto;
  4. d) Il furto non viene compiuto per esprimere rabbia o vendetta né in risposta ad un delirio o ad un’allucinazione;
  5. e) Il furto non è meglio attribuibile ad un Disturbo della condotta, una Demenza, un Episodio maniacale o un Disturbo antisociale di personalità.

Nella Simulazione i soggetti possono fingere i sintomi della Cleptomania per evitare condanne penali.

Il Disturbo della condotta e il Disturbo antisociale di personalità vengono distinti dalla Cleptomania in base ad una modalità generale di condotta antisociale (in questi casi non si fa diagnosi aggiuntiva).

Nella Cleptomania il furto non viene compiuto in risposta ad un delirio o ad un’allucinazione (per es. nella Schizofrenia) e non è conseguenza di una Demenza o di un Episodio maniacale.

  1. Piromania

L’appiccamento di incendi non è causato da una compromissione della capacità di giudizio. I soggetti possono essere indifferenti alle conseguenze causate dai loro gesti. Spesso nell’anamnesi di questi soggetti compaiono problemi legati alla dipendenza e all’uso di alcool.

Criteri diagnostici

  1. a) Appiccamento di incendi deliberato ed intenzionale in più di un’occasione;
  2. b) Sensazione crescente di tensione ed eccitazione prima dell’atto;
  3. c) Il soggetto è affascinato, attratto e incuriosito dal fuoco e dai suoi contesti situazionali (attrezzature, usi, lavori connessi al fuoco);
  4. d) Il soggetto percepisce piacere, gratificazione e sollievo al momento in cui commette l’atto o assiste alle sue conseguenze;
  5. e) L’appiccamento di incendi non è messo in atto per un vantaggio economico, per esprimere rabbia o vendetta, per fini personali, in risposta ad un delirio o un’allucinazione;
  6. f) L’appiccamento di incendi non è meglio attribuibile ad un Disturbo della condotta, ad una Demenza, ad un Episodio maniacale o ad un Disturbo antisociale di personalità.

Non si fa diagnosi di Piromania quando l’appiccamento di incendi deriva da una compromissione delle capacità di giudizio (per es. nella Demenza, nel Ritardo mentale, nell’Intossicazione da sostanze).

Una diagnosi separata di Piromania non viene fatta quando l’appiccamento di incendi si manifesta come parte di un Disturbo della condotta, di un Episodio maniacale o di un Disturbo antisociale di personalità, se si manifesta in risposta ad un delirio o un’allucinazione (come nella Schizofrenia) oppure se è dovuto agli effetti di una condizione medica generale (per es. Epilessia).

4.Gioco d’azzardo patologico

Nei soggetti con Gioco d’azzardo patologico possono essere presenti distorsioni del pensiero (per es. negazione, superstizione, eccessiva fiducia in se stessi, senso di potere e controllo). Alcuni credono che il denaro sia la soluzione a tutti i loro problemi, sono fortemente competitivi, energici, irrequieti e facili ad annoiarsi.

Criteri diagnostici

  1. a) Persistente e ricorrente comportamento di gioco d’azzardo maladattivo, come indicato da almeno 5 dei seguenti punti:

– È eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo (per es. pensare a quando giocare, a come ottenere i soldi necessari…);

– Ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata;

– Ha ripetutamente tentato di controllare o interrompere il gioco;

– È irrequieto e irritabile quando tenta di resistere al gioco;

– Gioca d’azzardo per sfuggire problemi o per alleviare un umore disforico (ansia, colpa, depressione…);

– Tendenza a continuare a giocare per rincorrere le proprie perdite;

– Mente agli altri per occultare l’entità del proprio problema;

– Ha commesso azioni illegali per finanziare il gioco d’azzardo;

– Ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa, il lavoro oppure un’opportunità di carriera per il gioco d’azzardo;

– Fa affidamento sugli altri per reperire il denaro per alleviare una situazione finanziaria disperata causata dal gioco d’azzardo.

  1. b) Il comportamento di gioco d’azzardo non è meglio attribuibile ad un Episodio Maniacale.

Un gioco d’azzardo eccessivo può comparire anche in un Episodio maniacale, che si differenzia dal Gioco d’azzardo patologico per la presenza di modalità multiformi anche in contesti diversi da quelli del gioco.

Se sono soddisfatti i criteri per entrambi i disturbi è possibile diagnosticare sia il Gioco d’azzardo patologico che il Disturbo antisociale di personalità.

5.Tricotillomania

Lo strappamento dei peli può avvenire sia in situazioni di stress che di rilassamento. Questo disturbo può comparire in associazione a Disturbi dell’umore, Disturbi d’ansia, Disturbi dell’alimentazione, Disturbi di personalità e Ritardo mentale.

Criteri diagnostici

  1. a) Ricorrente strappamento dei propri capelli (o peli) che causa una notevole perdita di capelli;
  2. b) Sensazione crescente di tensione ed eccitazione prima dell’atto o quando si tenta di resistere al comportamento;
  3. c) Il soggetto percepisce piacere, gratificazione e sollievo dopo l’atto;
  4. d) L’anomalia non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale o ad una condizione medica generale (per es. problema dermatologico).
  5. e) L’anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento dell’individuo.

Lo strappamento proprio della Tricotillomania deve essere distinto da una compulsione propria del Disturbo ossessivo-compulsivo in cui il comportamento nasce da un’ossessione e segue un rituale.

L’anomalia non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale (per es. in risposta ad un delirio o ad un’allucinazione nella Schizofrenia) o ad una condizione medica generale (per es. problema dermatologico che determina alopecia)

La psicologia del ritratto – il rapporto tra arte e identità

Ritratto e psicologia

“”Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali, per quanto maestose e imponenti siano.” Van Gogh scriveva queste parole in una lettera al fratello Theo. Volendo esplorare il rapporto tra psicologia e arte del ritratto, Van Gogh è uno degli autori più interessanti da prendere in considerazione. Nel corso della sua breve vita dipinse quarantatré autoritratti, tra i quali alcuni dei più celebri sono l’autoritratto del 1889 su sfondo blu, e l’autoritratto con orecchio bendato del 1889.

Secondo Stefano Ferrari, professore di psicologia dell’arte presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, il ritratto e l’autoritratto in particolare, hanno a che fare con la rappresentazione che diamo di noi stessi al mondo, il processo attraverso il quale diamo un volto alla nostra identità.

Il problema, secondo Ferrari, è che la nostra identità spesso non coincide con la nostra immagine, ma necessariamente deve essere rappresentata e presentata agli altri attraverso di essa. Dobbiamo offrire un simbolo mediato della nostra essenza. Un processo spesso tormentato che ha a che fare con la formazione dell’immagine interna, che va oltre la propriocezione, la consapevolezza del corpo e del nostro Sé. Secondo l’Autore l’immagine interna sintetizza e racchiude modelli e ideali del Sé, sia interni che esterni. L’autoritratto nello specifico può essere visto come espressione del bisogno di rappresentare se stesso nelle proprie molteplici versioni, di darvi visibilità, maschere che risponderebbero al desiderio definito da Freud di “vivere una molteplicità di vite”.  Attraverso l’autoritratto l’artista può offrire all’osservatore diverse versioni di sé, travestendosi e modificando la propria identità, o può mettere in scena il conflitto, il dubbio e l’angoscia riguardo la propria esistenza, tipica degli artisti contemporanei, Van Gogh fra tutti. Per dipingere il proprio ritratto gli artisti devono confrontarsi con lo specchio, con il proprio doppio, ma soprattutto, facendo riferimento a Winnicott, con il rispecchiamento di sé nel volto dell’altro. Altro inteso come madre, la quale deve essere in grado di guardare il bambino e scorgere in esso una persona intera, rimandando all’infante questa immagine, contribuendo così alla costruzione del suo Sé. Infatti il rapporto con l’altro è fondamentale per la formazione della nostra identità. “Come il bimbo si vede (o non si vede) rispecchiato nel volto materno, così noi continuiamo a vederci attraverso gli occhi degli altri, o meglio attraverso l’immagine che immaginiamo che gli altri abbiano o debbano avere di noi.” (Ferrari, 2007) Secondo l’Autore nel rapporto con il ritratto e l’autoritratto entra in gioco il rapporto con la morte e la paura della morte sempre presente nell’uomo. L’idea di un doppio che possa sopravvivere alla caducità del corpo mortale aiuterebbe a superare la paura della fine. Per realizzare un autoritratto l’artista deve mettere in atto un meccanismo di difesa basato sullo sdoppiamento tra l’io soggetto e l’io oggetto, che viene guardato dall’esterno, riuscendo a guardare la propria immagine come quella di un estraneo. “Deve operare una sorta di (…) regressione controllata allo stadio dell’inconsapevolezza.” Ma questo processo, secondo Ferrari, avviene nella contemporanea consapevolezza dell’Io come unità, un Io che deve essere abbastanza maturo da tollerare questo momentaneo sdoppiamento.

Nel 2001 il neuroscienziato R.C. Miall dell’università di Oxford ha studiato il processo che permette ad un artista di trasformare le immagini visive del modello che intende ritrarre in un’immagine sulla tela. Per farlo hanno misurato i movimenti degli occhi e delle mani dell’artista al lavoro, paragonati con quelli compiuti nelle azioni quotidiane. Il tempo di osservazione dei dettagli dell’oggetto dipinto avevano il doppio della durata delle osservazioni compiute in un momento di riposo. Anche la coordinazione oculo manuale di un artista esperto è risultata differente e più prolungata nel tempo di un artista alle prime armi.

Per poter guardare se stessi è fondamentale poter guardare l’altro da sé, e attraverso il rapporto con l’altro noi formiamo un’immagine di noi stessi, che poi restituiamo al mondo. Negli autoritratti di Van Gogh possiamo osservare, forse, lo sforzo di oggettivare e di “fissare” sulla tela il tentativo combattuto, e mai del tutto compito, di dare una forma stabile al proprio Sé, in un continuo mutamento di percezioni ed emozioni, alla ricerca di una definizione della propria identità.

Articolo della dottoressa Valeria Colasanti
Alfa studio di psicologia Roma

Arte terapia – portare equilibrio nelle dissonanze

Arteterapia

portare equilibrio nelle dissonanze psichiche

“L’arte crea una zona di vita simbolica che permette di trascendere il conflitto e di creare ordine nel caos, e infine, di dare piacere.” Edith Kramer scrisse queste parole nel 1971, ed è al suo lavoro e a quello di Margareth Naumburg che si deve la definizione teorica dell’arteterapia come metodo clinico psicologico. Secondo queste autrici i sentimenti inconsci di un individuo possono essere riconosciuti più facilmente in un immagine, che non nelle parole. In queste immagini vengono proiettate emozioni, vissuti, conflitti. Queste immagini quindi, alla stregua di materiale onirico, possono essere analizzate attraverso la cornice teorica della psicoanalisi o della psicoterapia dinamicamente orientata. Come l’interpretazione del sogno in psicoanalisi, lo svelamento dei significati inconsci rappresentati nell’opera artistica vengono esplicitati e resi quindi comprensibili a chi li ha prodotti, grazie alla comunicazione verbale tra paziente e terapeuta.

L’arteterapia crea un campo tripolare, in cui viene creato un oggetto terzo, non sempre tangibile, tramite il quale viene utilizzata la creatività per stimolare il dinamismo terapeutico, offrendo una grande flessibilità nelle modalità di intervento.

Questa tecnica permette il distanziamento necessario da ciò che viene prodotto negli incontri terapeutici, allontanandosene anche fisicamente in modo da permettere un rispecchiamento dei contenuti simbolici che vengono espressi. Gli incontri di arte terapia prevedono l’uso di materiali e tecniche artistiche per promuovere tre processi, quello dell’espressione, quello della comunicazione e quello dell’attivazione. Ognuno di essi è fondamentale per l’essere umano. I materiali che vengono utilizzati in questa tecnica sono vari e spaziano da quelli duri, come la creta da modellare, ai colori ad acquerello. Anche la scelta di un materiale ha significati simbolici profondi. Più il materiale è legato all’acqua e più avrà un aspetto regressivo importante. Anche le tecniche usate per la lavorazione dei materiali è legata a significati dinamici profondi. Ad esempio il tagliare o lo strappare un materiale esprime grande aggressività da parte del soggetto. Il metodo si articola in tre fasi: l’ingresso nel lavoro, con un aspetto pre-simbolico; la fase del lavoro, in cui si esprime l’aspetto simbolico; e la fase del “working through” in cui si elaborano i significati espressi nel lavoro creativo. Nella prima fase ci si trova in quello che viene definito lo stato del non immagine, in cui ci si affida alle percezioni sensoriali e alle esplorazioni dei materiali. In questo momento della terapia i materiali vengono utilizzati in quanto sensazioni, e si prepara la concentrazione necessaria alla fase successiva. Nella fase del lavoro viene realizzato il lavoro, permettendo l’espressione del mondo interno del paziente. Il lavoro creativo può presentarsi sotto varie forme e stati: quello del non immagine, in cui non si può o non si vuole realizzare un prodotto, passando alla funzione catartica, in cui l’immagine risponde ad una esigenza di espressione simbolica, fino allo stato espressivo, in cui essa “parla” dei contenuti inconsci di chi l’ha realizzata. Nella terza fase viene operata inizialmente una elaborazione silenziosa, attraverso un distanziamento da ciò che è stato prodotto precedentemente. Finalmente terapeuta e paziente possono elaborare a livello verbale l’esperienza creativa, condividendo impressioni e significati, potendo successivamente lavorare con l’immagine prodotta, modificandola e arrivando magari ad altre immagini, andandole ad iscrivere nel contesto della relazione terapeutica. Obiettivo di questa tecnica è facilitare l’immaginazione simbolica, ed entrare nel mondo interno esprimendolo a livello fisiologico, bypassando l’espressione verbale. La Kramer sostiene che “le virtù curative (dell’arteterapia) dipendono da quei procedimenti psicologici che si attivano nel lavoro creativo” rivolgendo, quindi, tutta la sua attenzione al processo creativo, ritenuto di per sé uno strumento terapeutico.Attraverso la sua esperienza sul campo, la Kramer si è resa consapevole del grande aiuto dell’arte sia nel disagio psichico, sia nella sofferenza esistenziale di chi vive in condizioni estreme. Tramite l’uso del colore e la manipolazione di differenti materiali è possibile portare “equilibrio nelle dissonanze psichiche e si lavora alla propria armonia interiore con le diverse forme, tonalità e gradazioni del colore e dell’anima.” (Giaume, 2002)

http://www.artiterapie-italia.it/

 

EMDR – trauma e corpo

EMDR – trauma e corpo

Nel 1987 Francine Shapiro stava passeggiando in un parco vicino la sua università, quando si rese conto che muovendo gli occhi da destra a sinistra lo stress causato da dei ricordi traumatici che erano emersi alla memoria in quel momento lo stress che provava diminuiva. Da questa brillante intuizione la dottoressa Shapiro iniziò a svolgere degli studi che condussero poi allo sviluppo dell’EMDR per come lo conosciamo oggi.

L’EMDR è stato introdotto come metodo per il trattamento del trauma nel 1989, grazie agli studi forniti dalla dottoressa Shapiro. All’epoca si chiamava soltanto Eye Movement Desensitization, e si trattava di una tecnica nata dalla teoria comportamentista, secondo la quale i movimenti oculari erano in grado di produrre una desensibilizzazione adeguata dei pazienti esposti a trauma. Gli effetti di questo trattamento erano una riduzione della paura e dell’ansia derivanti dall’evento traumatico. Successivamente con altri studi si è appreso che anche altri tipi di stimolazioni bilaterali come il tamburellare sulle mani in modo alternato e gli stimoli uditivi sono efficaci per lo stesso scopo. Questa tecnica permetteva di sostituire le esperienze negative con altre positive, aumentando il senso di efficacia della persona, modificando le reazione somatiche dell’individuo e promuovendo l’insight. Si trattava quindi, in realtà, di una tecnica in grado di trasformare esperienze traumatiche memorizzate dalla persona in momenti di elaborazione grazie a una tecnica di apprendimento rapido.

Il trattamento EMDR prevede 8 fasi: nella prima il terapeuta deve esplorare la storia del paziente da un punto di vista patologico e cronologico, elaborando un piano terapeutico, a partire dal problema che ha spinto il paziente al trattamento, e i relativi comportamenti e sintomi sviluppati dal paziente. Il piano terapeutico prevede dei target su cui indirizzare il trattamento EMDR, che consistono in episodi della storia del paziente che hanno creato il problema, situazioni presenti che causano malessere e le capacità che il paziente deve apprendere per il suo benessere. La seconda fase è quella della preparazione in cui il terapeuta fornisce al paziente degli strumenti per affrontare le problematiche che potrebbero presentarsi durante il trattamento, al fine di stabilire l’alleanza terapeutica, in particolare tecniche di rilassamento efficaci. In questa fase il clinico spiega al paziente la tecnica e cosa deve aspettarsi durante e dopo il trattamento.  Nella terza fase avviene la valutazione, in cui vengono individuati gli eventi traumatici del paziente, si scelgono delle immagini che li rappresentino, e si individuano le convinzioni errate ed esse legate. Nella quarta fase, quella della desensibilizzazione, il terapeuta somministra al paziente dei movimenti oculari ed altre stimolazioni bilaterali mentre la persona si concentra sul target individuato precedentemente e ai ricordi ad esso legati che emergono, finché il disagio del paziente non diminuisce. Nella quinta fase, si installa nel paziente una convinzione positiva che va a sostituire quelle negative emerse nella terza fase. Nella fase successiva, la sesta, si effettua una scansione del corpo per verificare se c’è della tensione residua relativa al target del paziente, che gli viene chiesto di richiamare alla memoria. Infatti numerose ricerche hanno dimostrato che c’è una risposta somatica ai pensieri irrisolti e traumatici. Secondo questi studi quando una persona è colpita negativamente da un trauma, le informazioni relative a questo evento vengono immagazzinate nella memoria motoria, piuttosto che in quella narrativa, dove vengono conservate le sensazioni fisiologiche e le emozioni negative dell’evento. La fase numero sette si ripete alla fine di ogni seduta, ed è quella di chiusura, in cui ci si assicura che il paziente si sente meglio rispetto a quando l’ha cominciata. Anche l’ultima fase, l’ottava, ricorre in tutte le sedute dopo la fase iniziale del trattamento, in cui il terapeuta verifica che i risultati precedentemente ottenuti continuino ad essere mantenuti dal paziente.

Isabel Fernandez, presidente dell’associazione EMDR Italia ha affermato che: “Dopo un trauma, come un lutto, una violenza, una catastrofe naturale, la memoria dell’evento resta ‘congelata’ nelle reti del cervello in modo non funzionale, l’informazione non può essere elaborata e continua a provocare patologie come il disturbo post traumatico da stress e altri disturbi psicologici. I movimenti oculari dell’EMDR sono simili a quelli del sonno REM e quindi del tutto naturali, riattivano la capacità di ‘autoguarigione’ del cervello che trova le risorse per metabolizzare l’evento traumatico. Dopo la terapia i pazienti ricordano il fatto ma sentono che fa ormai parte del passato”.

Nell 2013 l’EMDR è tato dichiarato dall’OMS un trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi correlati. Prima della terapia la zona del cervello interessata dal trauma era quella frontale, legata a emozioni negative, mentre dopo il trattamento le aree attive erano quelle legate alle funzioni cognitive, che consentono al paziente di “elaborare” l’evento.

 

Manuale di EMDR e terapia familiare

Francine Shapiro, Florence W. Kaslow, Louise Maxfield, ed. Ferrari Sinibaldi, 2001

http://emdr.it/

 

Disturbo ossessivo complusivo

Disturbo ossessivo compulsivo – rituali consapevoli, ma necessari.

 

 

La sveglia non ha suonato, mi devo sbrigare! Metto la macchinetta del caffè sul fuoco e intanto scelgo i vestiti da indossare, faccio colazione e poi subito sotto la doccia. Esco dal bagno, mi asciugo, mi vesto, controllo di aver preso tutto, cellulare, portafoglio, chiavi, sì ok c’è tutto! Esco, chiudo la porta di casa con entrambe le mandate e…l’ho chiuso il gas?? Nella vita quotidiana è plausibile incorrere in dubbi circa la validità delle proprie azioni (verificare ad esempio due volte di aver chiuso la porta di casa e di incorrere nuovamente nel dubbio dopo averlo fatto): questo, fortunatamente, non accade sempre, visto che il nostro cervello effettua, al di fuori della coscienza, dei controlli costanti che ci garantiscono la sicurezza. La caratteristica principale di coloro che sono affetti da disturbo ossessivo compulsivo (DOC) riguarda invece l’alterazione di tale processo, che non consente loro di “raggiungere la conclusione logica delle proprie azioni”. Il DOC è una sindrome caratterizzata da ossessioni e compulsioni che durano almeno un’ora al giorno ed hanno un’entità tale da interferire col normale funzionamento della persona nella vita quotidiana. Le ossessioni sono vissute sotto forma di pensieri, impulsi o immagini intrusivi che provocano un marcato stato d’ansia e disagio; le compulsioni sono atti mentali o comportamenti ripetitivi che la persona è obbligata a mettere in atto per alleviare l’ansia provocata dalle ossessioni.

Le persone affette da disturbo ossessivo compulsivo, almeno in una prima fase della malattia ed in particolare per quanto riguarda i soggetti adulti, sono consapevoli del fatto che le loro ossessioni non sono razionali e provocano disagio (egodistonia), di conseguenza tendono a tenere nascosti i loro comportamenti compulsivi (per tale motivo il DOC è anche detto “disturbo nascosto”). Le ossessioni più frequenti sono: pensieri ripetitivi di contaminazione (ad esempio il timore di essere contaminati dai germi attraverso una semplice stretta di mano, (Di solito l’atto compulsivo che ne consegue riguarda il lavarsi); necessità di avere le cose sempre in un certo ordine (ad esempio provare disagio se certi oggetti non si trovano in una determinata posizione); fantasie sessuali (pensieri ossessivi con contenuti aggressivi o sessuali associati al timore di poterli mettere in atto, con conseguente senso di colpa); dubbi ripetitivi (ad esempio chiedersi sempre se si è chiusa la macchina, se si è lasciata aperta la porta di casa). Le compulsioni sono comportamenti che hanno l’intento di sopprimere o ignorare l’ansia e il disagio provocato da tali ossessioni, nonostante non sempre sembrano connesse a ciò che sono designate a neutralizzare. La maggior parte delle compulsioni riguarda queste quattro categorie: contare, evitare, controllare e pulire. Vi sono casi di persone che si lavano le mani più di 200 volte al giorno per la paura, o meglio l’ossessione, di essere contaminati dai germi!

L’attore Nicolas Cage nel film di Ridley Scott “Il genio della truffa” (in fondo all’articolo il lettore può trovare un estratto del film), interpreta un astuto truffatore con continue ossessioni di contaminazione e di ordine, che cerca di sopprimere attraverso una metodica pulizia. Le compulsioni che la persona deve mettere in atto per alleviare l’ansia provocata dalle ossessioni, spesso causano uno stato di stress tale da compromettere le normali attività della vita quotidiana: per esempio il personaggio del film prima di entrare in una stanza deve aprire e chiudere la porta tre volte contando. Anche nel film “American psycho” il serial killer interpretato da Christian Bale tra le diverse patologie psichiatriche da cui è affetto mostra numerose ossessioni per quanto riguarda l’ordine. Come mostrano queste pellicole il DOC si accompagna spesso ad altri disturbi: disturbo depressivo maggiore, ansia, disturbi di personalità. A tal proposito è necessaria una distinzione tra il DOC e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (DPOC): i due disturbi, pur presentando elementi simili, si differenziano per alcune caratteristiche fondamentali. Chi ha un DOC è tormentato da pensieri dal contenuto spiacevole ed è spinto a mettere in atto comportamenti rituali; è consapevole, però, che i suoi rituali sono insensati e irrazionali, e riconosce di avere un problema di cui vuole di solito liberarsi (egodistonia). Chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, invece, raramente prova disagio per i suoi comportamenti ossessivi (egosintonia); anzi, vive nella convinzione di essere protetto dai suoi comportamenti e spesso sviluppa elaborate razionalizzazioni per spiegarli. In tale patologia più che un quadro di ossessioni e compulsioni, se ne rileva uno caratterizzato da una generale preoccupazione per l’ordine, il perfezionismo e il controllo. (Per un approfondimento si rimanda all’articolo “Egosintonia ed egodistonia- di musica e di psiche” della rivista il Sigaro di Freud di Gennaio 2015).

Il DOC tende ad esordire in età molto precoce, spesso nell’adolescenza o nella prima età adulta. Si è discusso a lungo sulle cause di tale disturbo: sono state riscontrate cause genetiche osservando il grado di concordanza maggiore in gemelli omozigoti piuttosto che in quelli eterozigoti. È stata rilevata una stretta associazione tra abusi fisici e psicologici e la comparsa della patologia ossessivo compulsiva; è stato riscontrato che il grado di stress apportato da un evento è correlato alla gravità dei sintomi: non è un caso, infatti, la frequente associazione tra disturbo post-traumatico da stress e il DOC. Va detto però che, se il soggetto con DOC mantiene nel tempo l’egodistonia circa le ossessioni e le compulsioni, può ricercare la psicoterapia e attraverso essa può raggiungere un buon adattamento sociale e lavorativo. In particolare per questi pazienti appare piuttosto efficace la terapia di gruppo.

Articolo a cura del Dott. Rossetti Andrea

Per approfondire:

Guidetti, V., (2005). “Fondamenti di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza.” Bologna: il mulino.

Lingiardi V., (2004) “La personalità e i suoi disturbi” Milano: gruppo editoriale Il Saggiatore S.p.a.

“American Psycho” Film di Mary Harron, 2000, USA

“Il genio della truffa” Film di Ridley Scott, 2003, USA

Dalì e l’inconscio – un incontro surreale

“Nel periodo surrealista desideravo creare un’iconografia del mondo interiore, il mondo fantastico, quello del padre Freud. E ci sono riuscito!”  Salvador Dalì scrisse queste parole a proposito del contributo fondamentale che la psicoanalisi diede, senza avvedersene, al surrealismo. In occasione della mostra Dalí. Il sogno del classico, organizzata con la collaborazione della Fundación Gala-Salvador Dalí e MondoMostre, inaugurata il 1 ottobre e aperta al pubblico fino al 5 febbraio presso il Palazzo Blu di Pisa, abbiamo deciso di esplorare questo rapporto d’amore che da molti studiosi di arte è stato definito “a senso unico”.

La mostra presenta al pubblico oltre 150 opere provenienti dal Museo Fundación Gala-Salvador Dalí di Figueres, dal Dalí Museum di St. Petersburg in Florida, e dai Musei Vaticani, mostrando il grande legame che l’artista aveva con l’Italia e l’arte classica, quella rinascimentale e di Michelangelo in particolare.

Sono gli ultimi anni di attività del pittore, che segnano la sua svolta mistica e religiosa, che lui definiva la nuova era della pittura mistica, in cui riesce a coniugare la passione per la scienza, la religione e i maestri della pittura, come dimostrano quattro capolavori:  La Trinità, studio per il Concilio ecumenico del 1960, Paesaggio di Port Lligat, 1950, Sant’Elena a Port Lligat, 1956 circa e Angelo di Port Lligat, 1952. “Sono tutto invasato dai canoni geometrici, dalle misure, dalle proporzioni (…)”. Nel 1951 pubblica la sua opera  “Manifesto Mistico”; un manifesto che vuol essere una legittimazione della sua pittura di temi religiosi ispirati agli artisti rinascimentali che ammira.

Ma Dalì non avrebbe mai potuto cimentarsi con i classici “mastri” dell’arte se non fosse prima passato per il surrealismo e per le tortuose strade dell’inconscio e nel tentativo, magistrale, di rappresentarlo nella sua arte. Il Surrealismo per l’artista rappresentava l’occasione per far emergere il proprio inconscio, secondo quel principio dell’automatismo psichico teorizzato da Breton. E a questo automatismo psichico Dalí diede anche un nome preciso: metodo paranoico-critico. La paranoia, secondo Dalì è: «una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza o di ambizione». È solo grazie a questa fase, in cui le immagini nate nelle viscere dell’inconscio riescono ad essere fissare sulla tela, grazie ad una razionalizzazione del delirio, che lui definiva momento critico. Il primo quadro frutto di questo procedimento ideativo è “Il gioco lugubre”, del 1929, in cui un uomo, di spalle, indossa mutande sporche di escrementi, utilizzando una prospettiva dilatata e numerosi elementi tra cui uomini, animali, oggetti inanimati secondo dei processi di combinazione irrazionali, deformanti e sconcertanti.

Appare chiaro il debito che i surrealisti hanno con Freud e con l’inconscio. Fornisce ai surrealisti “armi insostituibili” (Breton, 1940, cit. in De Micheli, 1999, p.180). Breton stesso ne il Manifesto dei surrealisti afferma di dover ringraziare Freud e le sue scoperte perché grazie ad esse l’indagine umana può spingersi più lontano nel suo peregrinare.  “L’immaginazione è forse sul punto di riconquistare i propri diritti. Se le profondità del nostro spirito racchiudono strane forze capaci d’aumentare le forze di superficie o di contrapporsi vittoriosamente ad esse: v’è tutto l’interesse a captarle prima, per poi sottometterle, se appare necessario, al controllo della nostra ragione. … Giustamente Freud ha condotto la sua critica sul sogno. È inammissibile infatti che questa considerevole parte dell’attività psichica … abbia ancora richiamato così poco l’attenzione” (Breton, 1924, cit. in De Micheli, 1999, p.328). Breton, contrariamente a Freud  pensava che fosse lo stato di veglia, e non il sonno, l’interferenza, essendo parte integrante dell’essenza dell’uomo. Dalì realizza la fantasia di Breton, ovvero di realizzare una fusione del sonno e della veglia, che rappresenta l’anima dell’arte surrealista. “Io credo nel futuro risolversi di questi due stati, in apparenza così contraddittori, sogno e realtà, in una specie di realtà assoluta, di surrealtà, se così si può dire. È verso tale conquista che io muovo…” (Breton, 1924, cit. in De Micheli, 1999, p.331).

Sebbene la psicoanalisi e l’opera di Freud furono così importanti e profondamente influenti per lo sviluppo del momento surrealista, come abbiamo affermato in precedenza, questo amore fu a senso unico. Per spiegarvi la natura di questo sentimento non corrisposto vi riportiamo la descrizione dell’incontro che avvenne tra Freud e Dalì, a Londra nel 1938, al n°39 di Elsworthy Road. Il giovane Dalì aveva avuto una rivelazione artistica. Mentre era intento a degustare un piatto di escargòt capì che il cranio di Freud, del cui arrivo a Londra aveva appena letto sul giornale, era una gigantesca lumaca.  “Il suo cervello ha la forma di una spirale, pronto per essere estratto con uno stuzzicadenti!”. Grazie ad un suo ammiratore, l’autore Stefan Zweig, amico di Freud, riuscì ad ottenere un incontro con il suo grande maestro. Arrivato a casa del padre della psicoanalisi Dalì cominciò a disegnare la testa di Freud e contemporaneamente una lumaca. Viene riportato che Freud, mentre lo osservava dipingere disse a Zweig : “Questo ragazzo è proprio un fanatico. Ora capisco perché in Spagna c’è la guerra civile… se è popolata da individui del genere!”.  Il povero Zweig, per evitare ulteriori imbarazzi riuscì ad impedire a Dalì di mostrare quel disegno a Freud, dato che egli tra le altre cose soffriva già da anni di cancro, temendo che potesse offendersi per quel disegno.

Nonostante il brusco incontro Dalì continuo a stimare  Freud, e grazie a Zweig oggi possiamo ammirare l’elaborazione surrealista di Dalì del cranio del suo idolo. Lo scarso interesse di Freud per i surrealisti è riportato da lui stesso, in una lettera a Breton pubblicata in La Révolution Surréaliste: “Benchè io riceva tante testimonianze dell’interesse che voi e i vostri amici portate alle mie ricerche, io stesso non sono capace di spiegarmi che cosa sia e che cosa voglia il surrealismo. Può darsi che non sia fatto per capirlo, io che sono così lontano dall’arte” (Freud, 1932, cit. in De Micheli, 1999, p.180). In fondo Freud era anche contrario al cinematografo e non voleva che i suoi seguaci se ne occupassero, e anche in quel caso ha ispirato i più grandi registi del mondo.

Articolo a cura della dottoressa Valeria Colasanti

Per Approfondire:

Romm, S., & Slap, J.W. (1983). Sigmund Freud and Salvador Dalì: Personal Moments. American Imago, Vol.40 (4), 337-347

Breton, A. (1987). Manifesti del Surrealismo. Torino: Einaudi

Berlyne, D. E. (1971). Aesthetics and psychobiology. New York: Appleton-Century-Crofts

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