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Dalì e l’inconscio – un incontro surreale

“Nel periodo surrealista desideravo creare un’iconografia del mondo interiore, il mondo fantastico, quello del padre Freud. E ci sono riuscito!”  Salvador Dalì scrisse queste parole a proposito del contributo fondamentale che la psicoanalisi diede, senza avvedersene, al surrealismo. In occasione della mostra Dalí. Il sogno del classico, organizzata con la collaborazione della Fundación Gala-Salvador Dalí e MondoMostre, inaugurata il 1 ottobre e aperta al pubblico fino al 5 febbraio presso il Palazzo Blu di Pisa, abbiamo deciso di esplorare questo rapporto d’amore che da molti studiosi di arte è stato definito “a senso unico”.

La mostra presenta al pubblico oltre 150 opere provenienti dal Museo Fundación Gala-Salvador Dalí di Figueres, dal Dalí Museum di St. Petersburg in Florida, e dai Musei Vaticani, mostrando il grande legame che l’artista aveva con l’Italia e l’arte classica, quella rinascimentale e di Michelangelo in particolare.

Sono gli ultimi anni di attività del pittore, che segnano la sua svolta mistica e religiosa, che lui definiva la nuova era della pittura mistica, in cui riesce a coniugare la passione per la scienza, la religione e i maestri della pittura, come dimostrano quattro capolavori:  La Trinità, studio per il Concilio ecumenico del 1960, Paesaggio di Port Lligat, 1950, Sant’Elena a Port Lligat, 1956 circa e Angelo di Port Lligat, 1952. “Sono tutto invasato dai canoni geometrici, dalle misure, dalle proporzioni (…)”. Nel 1951 pubblica la sua opera  “Manifesto Mistico”; un manifesto che vuol essere una legittimazione della sua pittura di temi religiosi ispirati agli artisti rinascimentali che ammira.

Ma Dalì non avrebbe mai potuto cimentarsi con i classici “mastri” dell’arte se non fosse prima passato per il surrealismo e per le tortuose strade dell’inconscio e nel tentativo, magistrale, di rappresentarlo nella sua arte. Il Surrealismo per l’artista rappresentava l’occasione per far emergere il proprio inconscio, secondo quel principio dell’automatismo psichico teorizzato da Breton. E a questo automatismo psichico Dalí diede anche un nome preciso: metodo paranoico-critico. La paranoia, secondo Dalì è: «una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza o di ambizione». È solo grazie a questa fase, in cui le immagini nate nelle viscere dell’inconscio riescono ad essere fissare sulla tela, grazie ad una razionalizzazione del delirio, che lui definiva momento critico. Il primo quadro frutto di questo procedimento ideativo è “Il gioco lugubre”, del 1929, in cui un uomo, di spalle, indossa mutande sporche di escrementi, utilizzando una prospettiva dilatata e numerosi elementi tra cui uomini, animali, oggetti inanimati secondo dei processi di combinazione irrazionali, deformanti e sconcertanti.

Appare chiaro il debito che i surrealisti hanno con Freud e con l’inconscio. Fornisce ai surrealisti “armi insostituibili” (Breton, 1940, cit. in De Micheli, 1999, p.180). Breton stesso ne il Manifesto dei surrealisti afferma di dover ringraziare Freud e le sue scoperte perché grazie ad esse l’indagine umana può spingersi più lontano nel suo peregrinare.  “L’immaginazione è forse sul punto di riconquistare i propri diritti. Se le profondità del nostro spirito racchiudono strane forze capaci d’aumentare le forze di superficie o di contrapporsi vittoriosamente ad esse: v’è tutto l’interesse a captarle prima, per poi sottometterle, se appare necessario, al controllo della nostra ragione. … Giustamente Freud ha condotto la sua critica sul sogno. È inammissibile infatti che questa considerevole parte dell’attività psichica … abbia ancora richiamato così poco l’attenzione” (Breton, 1924, cit. in De Micheli, 1999, p.328). Breton, contrariamente a Freud  pensava che fosse lo stato di veglia, e non il sonno, l’interferenza, essendo parte integrante dell’essenza dell’uomo. Dalì realizza la fantasia di Breton, ovvero di realizzare una fusione del sonno e della veglia, che rappresenta l’anima dell’arte surrealista. “Io credo nel futuro risolversi di questi due stati, in apparenza così contraddittori, sogno e realtà, in una specie di realtà assoluta, di surrealtà, se così si può dire. È verso tale conquista che io muovo…” (Breton, 1924, cit. in De Micheli, 1999, p.331).

Sebbene la psicoanalisi e l’opera di Freud furono così importanti e profondamente influenti per lo sviluppo del momento surrealista, come abbiamo affermato in precedenza, questo amore fu a senso unico. Per spiegarvi la natura di questo sentimento non corrisposto vi riportiamo la descrizione dell’incontro che avvenne tra Freud e Dalì, a Londra nel 1938, al n°39 di Elsworthy Road. Il giovane Dalì aveva avuto una rivelazione artistica. Mentre era intento a degustare un piatto di escargòt capì che il cranio di Freud, del cui arrivo a Londra aveva appena letto sul giornale, era una gigantesca lumaca.  “Il suo cervello ha la forma di una spirale, pronto per essere estratto con uno stuzzicadenti!”. Grazie ad un suo ammiratore, l’autore Stefan Zweig, amico di Freud, riuscì ad ottenere un incontro con il suo grande maestro. Arrivato a casa del padre della psicoanalisi Dalì cominciò a disegnare la testa di Freud e contemporaneamente una lumaca. Viene riportato che Freud, mentre lo osservava dipingere disse a Zweig : “Questo ragazzo è proprio un fanatico. Ora capisco perché in Spagna c’è la guerra civile… se è popolata da individui del genere!”.  Il povero Zweig, per evitare ulteriori imbarazzi riuscì ad impedire a Dalì di mostrare quel disegno a Freud, dato che egli tra le altre cose soffriva già da anni di cancro, temendo che potesse offendersi per quel disegno.

Nonostante il brusco incontro Dalì continuo a stimare  Freud, e grazie a Zweig oggi possiamo ammirare l’elaborazione surrealista di Dalì del cranio del suo idolo. Lo scarso interesse di Freud per i surrealisti è riportato da lui stesso, in una lettera a Breton pubblicata in La Révolution Surréaliste: “Benchè io riceva tante testimonianze dell’interesse che voi e i vostri amici portate alle mie ricerche, io stesso non sono capace di spiegarmi che cosa sia e che cosa voglia il surrealismo. Può darsi che non sia fatto per capirlo, io che sono così lontano dall’arte” (Freud, 1932, cit. in De Micheli, 1999, p.180). In fondo Freud era anche contrario al cinematografo e non voleva che i suoi seguaci se ne occupassero, e anche in quel caso ha ispirato i più grandi registi del mondo.

Articolo a cura della dottoressa Valeria Colasanti

Per Approfondire:

Romm, S., & Slap, J.W. (1983). Sigmund Freud and Salvador Dalì: Personal Moments. American Imago, Vol.40 (4), 337-347

Breton, A. (1987). Manifesti del Surrealismo. Torino: Einaudi

Berlyne, D. E. (1971). Aesthetics and psychobiology. New York: Appleton-Century-Crofts

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